Faccia da Milito. Il bandolero buono che squarcia l’Europa
27 maggio 2010
Vorrei avere la faccia di Diego Milito, i tratti da bandolero triste, da avventuriero stanco, l’occhio opalino che fa capolino sopra il naso sghembo, l’incedere rapido, l’eleganza claudicante ed apparentemente scoordinata che ti accoltella come una folgore nel buio. Con quella faccia un po’ così, quelle movenze un po’ così (Genova c’entra eccome in questa storia) il Principe “mata” l’Europa, assaggia ogni filo d’erba del tempio laico chiamato Santiago Bernabeu, in cui s’officia al rito pagano chiamato Champions League. La divinità che si fa uomo – non siamo blasfemi – l’apparente uomo comune che spacca il mondo a 31 anni suonati (benedetto l’anno 1979 ci regala Valentino Rossi e il Principe, “anziani” che giocano come bimbi infiniti), Diego uno di noi, quello normale che si fa il mazzo, che gioca in serie B (stagione 2004-2005, 26enne) e gira con un’utilitaria con il marchio dello sponsor attaccato. Il Gaucho è argentino nel midollo (ma possiede anche chiari ascendenti italiani) la sua storia sembra un romanzo di Cortazar tanto è contorta e letteraria. La trafila della carriera è pazzesca: Racing Avellaneda, Genoa, Real Saragozza, Genoa (in serie A, stavolta), Inter. In mezzo ci sono valigette piene di bei dollaroni (vedi presidente Preziosi, Genoa sbattuto in C1), incroci di sangue (il fratello Gabri va nel Barca dei sogni, lui no, ignorato, torna a Genova, con quella faccia un po’ così non poteva essere altrimenti), campionati folli, vagonate di gol tra Saragozza e l’Italia, sembra un pirata, Diego, uno che tracanna il destino, in campo si spende, si spande, morirebbe per il solo gusto del gol, dell’assalto all’arma bianca. L’epilogo del Bernabeu sembra un labirinto di Borges, a Madrid si intrecciano e si annodano tutti i fili di un anno di calcio e non solo. Il Real che a inizio anno allestisce l’operazione “Finca”, Final de Campeon (casalinga), spende fantastiliardi, compra Cristiano Ronaldo e Kakà e caccia Robben e Sneijder, olandesi volanti che invece squarciano la stagione e si incontrano nella finale madrilena (non a caso) – incoronati giocatori più talentuosi dell’anno. Il comandante Mourinho che saluta tutti a Milano col Triplete, giocando l’ultimo match nello stadio in cui allenerà l’anno prossimo (o meglio il tempio in cui predicherà il suo vangelo nell’entrante anno domini). E Diego che potrebbe seguire il guru sull’altopiano spagnolo, beffa delle beffe, da reietto nella periferia di Saragozza a eventuale “camiceta blanca” nel Real galattico. Diego Milito che incarna la triade rigorosamente argentina “cabeza, corazon y cojones” è un po’ come il conterraneo Ginobili (enorme campione NBA argentino) gode nella sofferenza, si esalta nel dolore – i crampi sono la via per l’ascesi mistica nel suo infinito 2009/2010. Cristiano Ronaldo in un eventuale film agiografico sarebbe interpretato dal “guevarista” Gael Garcia Bernal (come suggerisce il nuovo omerico spot Nike), Diego Milito non saprei da chi farlo interpretare, forse un Javier Bardem dimezzato e preso a cazzotti fino alla frattura del setto nasale. Sul campesino con la faccia da povero non scommetteresti un copeco, poi gli arriva una palla corta sulla tre quarti di campo, un luogo in cui di solito un attaccante temporeggia o si appoggia, e invece Diego no, lui va avanti, finta, flirta col pallone, finge di incespicare, manda a farfalle il cyborg Van Buyten, il Bernabeu si zittisce, l’occhio opalino del Principe taglia come un laser l’aria densa madrilena, poi col piede destro colpisce di interno piegando innaturalmente le ginocchia. Il gol è una slabbratura nello spazio-tempo, l’esultanza folle è un flash-sideways – in stile Lost – che seziona il prato di Madrid, il paradiso delle merengues trasmuta improvvisamente in qualcos’altro, eccolo, Milito che risale conradianamente il Rio de La Plata, il fiume denso dell’esistenza, un Corto Maltese col naso storto che gioca a dadi con la vita. L’uomo da Bernal, Argentina, che guidava un’utilitaria, vincerà il Pallone d’Oro – se Maradona ai Mondiali lo farà giocare. Quell’altra cosa, grumosa, infinita, la gloria, l’ha già ghermita con una staffilata. Un po’ principe e un po’ pirata.
(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 maggio 2010)
Marco Van Basten. Non il sole ma le nuvole a strapiombo
11 maggio 2010
Marco Van Basten non allenerà il Milan (almeno per ora). La caviglia glielo impedisce (?), forse vuole evitare di ricevere un po’ di chiamate al cellulare da parte di un datore di lavoro un po’ingombrante. O forse semplicemente non se la sente. Marco è un mito (nel vero senso della parola). Io spero che il Milan non lo alleni mai. Per farlo dovrebbe scendere nel regno degli uomini mediocri (Leo lo ha fatto con uno stile e una classe infiniti, non gli è bastato). Una divinità come lui dovrebbe rimanere intoccabile, intangibile.
Ode a Van Basten.
L’inizio è un’epifania. Io il 25 giugno 1988 probabilmente ero al mare. Avevo quattro anni, non potevo capire. Me l’avrebbero raccontato dopo. Avrei compreso solo a posteriori. Avrei ricostruito con precisione qualche anno più tardi. Qualcosa che non svanirà mai. Quello era il giorno in cui la bellezza si manifestò. Il luogo è l’Olympiastadion di Monaco di Baviera. La partita è la finale degli Europei di calcio tra Olanda e Unione Sovietica. Tra le file degli arancioni c’è un ventitreenne che sul campo ha già fatto vedere tanto, tantissimo. E’ il cinquantatreesimo minuto e l’Olanda è già in vantaggio 1 a 0. Ecco, in quell’istante il tempo si ferma. C’è un gol che avete visto tutti un milione di volte. Cross (inutile) dalla tre quarti di Muhren. Il ventitreenne, così magro da sembrare uno stambecco, è in area che attende la palla. Inspiegabilmente non le va incontro, bensì incomincia ad allontanarsi, laggiù, verso la linea di fondo. Il resto è miracolo, manifestazione, sospensione momentanea dell’esistenza della forza di gravità. Non spiegabile a parole. Solo uno stambecco che colpisce di destro e una palla che si insacca nell’angolo opposto. Sembra un quadro. Rinat Dasaev non è il pittore. E’ il portiere che subisce quel gol. Rimarrà nella storia per essere stato presente, involontario protagonista, durante una rara manifestazione dell’esistenza dell’oltreumano. Uno di quelli che chiamano “uomini da poster” perché rimangono nella fotografia di fianco alla divinità. La divinità in questo caso è semplice da identificare. E’ lo stambecco. Che occasionalmente potrà poi trasformarsi in un cipresso(capirete poi). Quel giorno di giugno il ragazzo chiamato Marco Van Basten si consegna, attraverso l’essenzialità assoluta di un gesto, alla storia dello sport e non solo. Vi sarebbe rimasto comunque. Ma quella è la manifestazione di un momentaneo contatto con la divinità. Contatto cui Marco non rifuggiva.
Mai.
Questo pezzo parla di un personaggio e di un calciatore per cui mi pare riduttivo sprecare degli aggettivi. Li sprecherò, poiché su questa pagina possiedo solo essi e poco altro. Questo pezzo parla anche di un libro che non c’è. Che non è. Più. Si chiama Canto del Cigno (Limina, 123 pagine, 13,50 Euro). Lì, nel titolo, è l’unica volta in cui viene nominato il volatile. Lo ha scritto un giornalista che si chiama Andrea Scanzi, io (e non solo io) lo trovo geniale, Scanzi. Il libro, non riuscivo a trovarlo. Glielo ho chiesto direttamente a lui. Mi ha risposto così, testuale: “Non so come aiutarti Marco”. Io l’ho scovato in un recondito fondo di magazzino
grazie alla mia libraia, non so in che modo (grazie, Isabella). E’ bello non dovere andare a comprare i libri nei centri commerciali. Tutto questo mi ha reso questo libretto tremendamente prezioso. Il sottotitolo del libro è “Gol, gesti e bellezza in Marco Van Basten”. In soldoni, è un’analisi della figura di Marco attraverso gli episodi, ricercandone (non è difficile in questo caso) gli squarci di accecante bellezza prodotti. La tesi provocatoria di Scanzi: la forma predomina sul contenuto. Non è una bestemmia fragorosa. Una forma rarefatta, cristallina, eccedente la realtà stessa. Che bello raccontare lo sport attraverso la forza adamantina della letteratura, della pittura, della musica. Scanzi lo fa magistralmente (potete crederci, il libro non esiste più, non ve lo devo propinare in alcun modo, in giro non lo trovate, se me lo chiedete forse ve lo presto, forse, ho detto). Marco viene narrato cronologicamente dagli immensi inizi nell’Ajax, quando (non è un caso) esordì sostituendo proprio Johann Cruyff (stagione 1981/82, un passaggio di consegne non ostentato ma consapevole a priori) lungo tutta la carriera (col Milan e con l’Olanda) fino al precoce ritiro del 1995, in una biografia assolutamente anticonvenzionale. Ci viene raccontato Marco nei suoi gesti, nelle sue movenze, non nella pleonastica vita privata. Attraverso i dipinti di Van Gogh (“Van Gogh l’avrebbe dipinto come un cipresso. Bello come un obelisco egizio. Di una tonalità di nero tra le più difficili da riprodurre. Contro l’azzurro. Nell’azzurro”), attraverso la musica di Bruce Springsteen (“Se Gullit era Born to Run, corsa e movimento ininterrotto, Marco era Nebraska, il disco inspiegabile di Springsteen, di una bellezza acustica, in bianco e nero, spoglio, minimale. Non il sole, ma le nuvole a strapiombo”). Marco viene interpretato alla luce del modo di essere contraddittorio del suo paese, l’Olanda, sempre in bilico tra democrazia illuminata e colonialismo spietato, nella sintesi del blend, la mediazione tra istanze alte e basse. Van Basten non può non essere figlio di Rembrandt, innovatore e genio universale, non può non disegnare sul campo le Controcomposizioni di Mondrian e Von Doesburg, è l’unico calciatore olandese (insieme a Cruyff) ad essere veramente amato dal popolo. Perchè rappresentante del popolo olandese, “avanguardista, esule, iconoclasta. Evoluzione verso la forma pura, il colore puro. Scheggia di calcio totale. Forma di passato in un presente non suo”. Il libro poi prosegue aureo tra citazioni di Salinger, Marias, Pessoa, Galeano, Carmelo Bene.
Van Basten è stato uno dei calciatori più naturalmente letterari della storia. Non per i comportamenti fuori dal campo, non per la prosopopea, non per la recitazione (quella la lasciamo a Maradona). “Marco esteticamente non fu mai spiacevole, era sempre bello.” L’eleganza nell’incedere e nell’eccedere il reale senza travisarlo mai, senza stroppiarlo inutilmente, la bellezza del gesto mai ridondante, per nulla barocco (“gli slavi sono barocchi”, cit.), la capacità di non ostentare il movimento agendo attraverso la sottrazione, inconsapevolmente facendo propria la lezione dell’architetto razionalista (olandese come lui) Berlage. “Non elargiva il proprio talento. Lo mostrava a piccoli sorsi, con educazione”. Non era bulimico né egoista, bensì tendente al didascalico, alla sottrazione. Uno che produceva opere d’arte attraverso il movimento. Freddo ma mai catacombale, timido ma mai troppo algido, serioso ma per nulla schumacheriano, Marco vince tre palloni d’oro, un paio di Coppe dei Campioni col Milan, il resto del palmares andatevelo a vedere voi su Wikipedia, i numeri e le cifre mi piacciono poco. Marco è riuscito anche nell’impresa di non barattare il mito con la matematica, di non travisare l’epica con un deposito catastale. L’ultima partita della sua carriera la gioca il 26 maggio 1993 nella finale di Coppa dei Campioni contro il Marsiglia, a Monaco di Baviera (un cerchio che si chiude, ricordate l’Olympiastadion?). Le tenebre di quella caviglia maledetta ci privarono per sempre della sua bellezza (“la caviglia scricchiolava come la sedia di Arles di Van Gogh, come l’impercettibile fruscio di Nebraska”). Ce lo massacrarono sotto gli occhi (ce l’avevano massacrato per tutta la carriera). Marco muore sportivamente a 28 anni. Uno un po’ più bravo di me ha detto: “La vita svela i difetti, le mancanze, le malattie; la morte la indossano i santi, nell’assenza vince chi ha più fantasia”. Marco aveva più fantasia, una fantasia diversa, anche nella presenza. L’aver smesso così presto ne ha amplificato il mito (che di per sé non avrebbe alcun bisogno di essere amplificato, proprio perchè Marco era bravo a minimizzare, a “sottrarre”). Marco sul campo non è mai invecchiato, rimane eterno come una poesia di Rimbaud, un urlo di Kurt Cobain, un sorriso di Heath Ledger (tutta gente che si è fatta da parte, inevitabilmente, e ancor più definitivamente di lui, alla sua età).
Marco lo si ricorda sgranato, nei pantaloncini stretti, nelle rare interviste. Se giocasse oggi nell’eccesso dell’HD e nella abbondante dose di interviste probabilmente non sarebbe la stessa cosa, non ci potrebbe “privare del suo privato”, le sue opere d’arte sarebbero troppo nitide, sarebbero radiografie
inutili.
Philip Roth (che è citato nelle epigrafi del libro) nell’Animale morente dice: “Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza”. Davanti a Marco siamo ancora disarmati.
(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 12 dicembre 2009)
Incipit. La letteratura è la porta dell’inferno
1 maggio 2010
L’impatto devastante di un incipit ha la forza contundente di mille aforismi, a un buon scrittore bastano cinque parole per precipitarci in un pozzo senza fondo. La prima frase di un libro è ad un tempo fondamentale, ha lo stesso impatto fondante delle epigrafi, introduce, dà il la simbolico al dipanarsi dell’intreccio, cela e svela allo stesso tempo il nucleo dell’opera. Ma ovviamente non basta buttare lì una buona prima riga, né un’epigrafe colta per scrivere un grande libro, la frase d’apertura può essere uno specchietto per allodole, fumoso e fuorviante. Penso agli inizi memorabili dei libri che ho letto, si potrebbe scrivere un libro elencando i migliori inizi (lo avranno già fatto, sicuramente), sarebbe un torrente di suggestioni. Un giochino vecchio, direte, quello degli incipit affascinanti, però sempre divertente. Avrei voluto essere Stephen King per aprire Misery con l’onomatopeico e sciamanico “umber whunnnn yerrrnnn umber whunnnn fayunnnn. Questi suoni: nonostante la nebbia” dentro c’è tutta l’inquietudine del libro, oppure James Ellroy per aprire American Tabloid con l’indimenticabile “Si faceva sempre alla luce del televisore” riferito ad Howard Hughes in pieno delirio tossico che si spara uno speedball di eroina e cocaina nella sua solitudine buia e dorata. L’inizio può essere anche solo un esercizio carino di stile, oppure un icastico e fulmineo manifesto programmatico delle intenzioni dell’autore: si prega di leggere Bret Easton Ellis, uno dei più terribili profeti del nostro tempo: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate sta scribacchiato a grandi lettere rosso sangue sul muro della Chemical Bank all’angolo tra l’undicesima e prima” è l’inizio di American Psycho, e in due righe c’è già tutto, l’inferno (citando Dante) che poi è la vita, il sangue (di cui è irrorato tutto il libro) e New York, più che un personaggio, un mondo dentro un mondo. Gli inizi di Ellis sono esemplari per ritmica e per intenti: “Puntini – sul terzo pannello ci sono puntini dappertutto non vedete?” l’inizio di Glamorama – con il protagonista che parla col lettore istupidendolo con la spiegazione di un particolare futile – è una dichiarazione rapida dell’inutilità del tutto, dell’orrore del reale, 725 pagine condensate in un periodo (“a giudicare dalle vostre brutte facce ho la netta impressione che il perchè non avrà risposta”) e infatti al termine dell’opera non vi saranno risposte, solo un buco nero, tetro, irritante.
Per un incipit suggestivo e sognante? Don DeLillo, Underworld: “Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza” apre un fiume enorme e trascinante che ti travolge fino alla millesima pagina su e giù per il Novecento americano, una pallina da baseball a condurre le danze, potrebbe essere l’inizio di un film di Spielberg (non lo sarà).
Il gioco è bello finchè è corto, si potrebbe andare avanti all’infinito, parlando di tutto e niente, ci sono libri fondamentali che hanno incipit apparentemente anonimi e viceversa libri inutili con inizi stordenti. Rimane il gusto della suggestione, dell’inizio del viaggio, della fuga in avanti dentro le pagine. Un tuffo dentro il precipizio.
(Pubblicato sulla Voce di Romagna dell’8 aprile 2010)

