Un tetto su Wimbledon

22 maggio 2009

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Il cielo su Wimbledon è grigio come sempre. Il verde brillante del court, del campo da tennis, si mescola armonico come sempre con il color piombo violaceo tumido dei nuvoloni provenienti dall’Oceano Atlantico. Che paiono non fare paura. Questa volta. E’ il momento di celebrare un atto sacrilego. La sconsacrazione di una cattedrale laica . La violazione fisica di un tempio dello sport chiamato Centre Court. La fine di un’epoca del tennis. La costruzione del tetto removibile sul campo centrale del All England Tennis And Croquet Club di Wimbledon, a Londra. Due strutture di vetro traslucido e acciaio bianco, adagiate a fisarmonica alle due estremità dello stadio, pronte a stendersi e incontrarsi, chiudendosi in un tenero e tecnologico bacio, in caso di shower, lo scroscio di pioggia tipico della mezza estate londinese. Avevano detto che non l’avrebbero mai fatto. Invece è successo. Cinque anni di progetti e di lavori per arrivare all’inaugurazione del mostro, in nome dei milioni di sterline che le televisioni mondiali faranno fluire nelle casse degli organizzatori. Niente più pioggia a interrompere i match sul Centrale del torneo di tennis più famoso del modo, una manna per i broadcaster televisivi, non più costretti a mandare in onda interminabili repliche di match del passato durante le piovose giornate britanniche. A inaugurare il rinnovato stadio, in una fresca giornata di primavera ormai avanzata, sono chiamati quattro grandi atleti del recente passato di questo sport. A comporre un match di doppio misto dal sapore nostalgico e allo stesso tempo blasfemo. Da una parte la coppia di innamorati più forti della storia del tennis: Andrè Agassi, l’ex kid di Las Vegas, in gioventù pazzo scatenato, icona quasi punk-rock (indimenticabili i calzoncini di jeans e scaldamuscoli viola indossati dal campione nei primi anni novanta) capello biondo lungo e sguardo sbarazzino, da personaggio appena uscito da un romanzo giovanile di Bret Easton Ellis, oggi tenero padre di famiglia, senza più capelli, leggermente ingrigito sulle tempie, icona di spot della Gillette. Insieme a lui la moglie Steffi Graf, tedesca, donna più vincente della storia del tennis (22 tornei dello Slam all’attivo), bionda, alta, un nasone alemanno che è il suo marchio di fabbrica, le fattezze fisiognomiche di una segretaria d’azienda pignola, una copia venuta male di Julia Roberts. In tribuna il loro bambino Jaden Gil, esperimento di eugenetica tennistica al naturale più terrificante mai visto (dal momento che i suoi genitori assommano 30 tornei dello Slam), probabilmente li sta osservando divertito. Con ogni probabilità da grande non farà mai il tennista. Come i figli dei fornai che non faranno mai il mestiere dei genitori. Dall’altro lato del campo si presentano Tim Henman, l’ex promessa del tennis britannico, 4 semifinali raggiunte a Wimbledon senza mai vincerne mezza, un perdente nato, elegantissimo nei movimenti da baronetto, aggraziato rappresentante del serve and volley (il gioco di volo), capello sempre impomatato in una squadrata riga laterale, l’atteggiamento educato del fidanzato che le madri vorrebbero per le proprie figlie. Con lui Kim Clijsters, ex campionessa belga, prepensionata di lusso del tennis mondiale, cassintegrata dorata del circuito femminile, che però tornerà al tennis agonistico ad agosto dopo quella che è stata in verità un periodo di aspettativa per maternità. Kim una fiamminga pienotta, cicciotta, ma con fibre muscolari da X-woman (celebri le sue spaccate sul campo per recuperare le palle più difficili), viso rotondo e bugnoso da adolescente qualsiasi, quasi fosse uscita da un dipinto di Jan Vermeer, o da un libro di Karen Blixen (“il pranzo di Babette” preferibilmente). I quattro campioni si sfidano stancamente di fronte ai 15000 spettatori sotto il fantasmagorico tetto. Un esperimento scientifico all’interno di un tempio sportivo, attraverso il quale si cerca di valutare l’impatto dell’impianto di condizionamento dell’aria sul terreno erboso, al fine di evitare che l’umidità posa rendere scivoloso il campo. Esperimento che sancisce probabilmente la fine di un certo tipo di emozioni, la fine di una meravigliosa precarietà meteorologica ed emozionale che contraddistingueva i piovosi pomeriggi di tennis a Wimbledon, in quella che era una tradizione antica quanto il tè alle cinque e l’inchino alla regina (abolito anche quello). Mai più interruzioni per pioggia (solo sul centrale comunque, a segnare la carenza di democraticità dello sport tecnocratico) che erano parte integrante del gioco in questo torneo. In nessun altro luogo della terra (tranne forse che per i ciottoli di pavè della Parigi-Roubaix ciclistica) le divinità del gioco erano più vicine alle sorti degli atleti. In un’epica moderna, contemporanea che ha creato racconti straordinari: accenniamo solo alla meravigliosa finale dell’anno scorso tra Federer e Nadal, terminata, come dicono a Londra, “at the gathering of gloom”, cioè ad un poetico radunarsi delle tenebre, a causa dei ripetuti scrosci d’acqua. Sarebbe finita rapidamente e tristemente se gli dei non fossero intervenuti da lassù. E poi decine di partite decise dall’imprevedibile fato. Ora l’antica tradizione della Sola Luce Naturale e dell’Attesa Della Fine Della Pioggia è violata. Il giardino semipensile di Londra-Babilonia, la valle erbosa dell’Eden tennistico profanata dalla tecnologia. Gli dei del tennis stanno a guardare il pelato, la nasona, il baronetto e la cicciotta che palleggiano rilassati. Probabilmente iniziano a piangere di rabbia. Non potranno più intervenire capricciosamente a modificare destini, a cambiare la storia del gioco. Qualche goccia di pioggia bagna il vetro traslucido dell’enorme tetto. Un cumulonembo si avvicina minaccioso. Verde e viola si mescolano come in un quadro. Dall’Olimpo ci puniranno?

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 22 Maggio 2009)

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