La tua anima per un tatuaggio

31 luglio 2009

E così te ne stai lì, fermo sulla riva, e osservi pigro il fluire infinito delle persone sulla battigia. Hai deciso che li osserverai tutti, dal primo all’ultimo. Li conterai con precisione svizzera. Con certosina puntigliosità elvetica (solo dopo scoprirai che in Svizzera sono più incasinati di te). Li catalogherai con attenzione, li incasellerai in schemi, produrrai degli exit poll (inaffidabili, come tutti gli exit poll). Alla fine giungerai alla verità assoluta. Catartica. Hai deciso di osservare tutti i tatuaggi che ti passano innanzi. Di analizzarli. Di ordinarli. Per arrivare alla conclusione. Qual’è il motivo che spinge qualcuno a farsi un tatuaggio? Alla risposta non ci arriverai mai, lo sai. Intanto osservi. Vedi tribali che ornano ossi sacri di giovani donne o spalle anabolizzate di uomini più o meno vecchi. Oppure tatuaggi old school che ti ricordano quelli degli scaricatori di porto di Marsiglia che osservavi nei fumetti. La maggior parte delle persone porta tatuate sul corpo parole scritte. Possono essere frasi. Ne leggi di Che Guevara, del Papa o tratte da un film (una ragazza dal fascino discutibile porta sulla spalla un intero monologo dal film Vi Presento Joe Black), tratte da libri, purtroppo alcune anche da Twilight (ancora non è stata avvistata alcuna frase tratta da un libro di Federico Moccia, ma forse, prima o dopo, l’inevitabile succederà, e allora sarà barbarie). Anche frasi di tanti personaggi più o meno famosi (ti aspetti, tra non molto di vedere la frase “Non sono un santo”marchiata a fuoco sul bicipite lucido di un aspirante tronista). Vedi anche tanti, forse troppi nomi tatuati sulla pelle della gente. Nomi di fidanzate, fidanzati, madri, sorelle, figli (la famiglia Beckham ha fatto insospettabili proseliti). Forse è un modo per trattenere con sé la persona amata, nonostante tutto. Portarne il nome marchiato sulla pelle, anche quando quella è lontana o non c’è più lì con te. Oppure per incatenarne l’essenza (che nel nome si rivela evidente) in una folle volontà di appartenenza. Hai immaginato che di questo passo tra qualche anno si potrà incominciare a usare il corpo come bacheca perpetua per dialogare con l’altro. E allora potrai dichiarare l’amore. Mandare a quel paese. Dire all’altro che l’amicizia ti basta (la frase più tremenda mai sentita). Anticipargli il finale di “Lost”. Dirgli che il Dottor House muore nell’ultima serie (non è vero). Basterà tatuarselo addosso, dirselo a voce diverrà pleonastico. Un linguaggio del corpo, anzi linguaggio sul corpo, frasario infinito, everlasting, che non finisce mai. L’eventuale cancellazione/dermabrasione non inficerà il risultato, anch’essa è perpetuità allo stato puro nel suo affermarsi per sottrazione, nella consapevolezza che il vuoto riempie , il silenzio assorda. Più osservi più capisci che questo è un fenomeno dirompente, un nuovo rituale sociale, ancestrale rito di passaggio attraverso la vita. Nel momento in cui consegni i soldi al tatuatore non firmi un contratto. Firmi la tua condanna. Condanna alla definitività sulla tua pelle. Una definitività che non puoi ottenere dalla vita (se non quando finisce). Il lavoro, l’amore, forse anche le amicizie finiranno (speri di no). Il segno inciso sulla tua pelle rimarrà. Lo scolpire a futura memoria la tua epidermide anche. Il dolore che provami mentre ti marchiavano è lì a ricordarlo. La maggior parte degli under 35 che vedi sono tatuati. Ormai anche sopra i 40 comincia ad essere un fenomeno abbastanza diffuso. Continui a osservare la processione di persone. Il tempo passa e ogni tatuaggio incomincia ad assumere le fattezze di un codice a barre, distinguibile dagli altri solo con un lettore ottico. E tu potresti essere il commesso al supermercato dell’esistenza che riesce a distinguere i prodotti solo attraverso uno strumento tecnologico. Forse anche l’omologazione passa da qui. Stiamo diventando tutti uguali e non ce ne siamo accorti. Immagini il giorno in cui i tatuaggi saranno talmente tanti da ribellarsi ai loro proprietari. Il capo dei rivoluzionari sarà il disegno di un cuore arrabbiato perchè costretto a vivere trafitto da un pugnale, in bilico su una scapola poco lavata. I tatuaggi prenderanno vita e cominceranno far schiava la gente. Come in un romanzo di fantascienza. Tu sai già cosa farai. Fuggirai in una foresta del Centroamerica e ti nasconderai da loro. Lì incontrerai un diavolo tatuatore (e anche tentatore). Concluderai il sublime patto. Ti farai tatuare la tua immagine sul petto. Come il ritratto di Dorian Gray, il tatuaggio invecchierà al tuo posto. Tu vivrai in eterno, sempre giovane. Guarderai all’infinito le albe sempre uguali dell’equatore.

(Pubblicato ieri sull’inserto Piacere Romagna)

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One Response to “La tua anima per un tatuaggio”

  1. il Libanese Says:

    …fermi sulla riva a contarli…


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