Continuavano a chiamarla libertina

10 agosto 2009

La donna libertina (il termine è delicato) può essere definita in vari modi. Svelta, dinamica, o come dicono alcune ragazze “una che si dà da fare”. Sembra uscita da una canzone di De Andrè: come Bocca di Rosa, “mette l’amore sopra ogni cosa”, e “lei l’amore lo fa per passione”. Oppure da una canzone di Lou Reed (“..in the backroom she was everybody’s darling..” da verso di Walk on the wild side). Insomma è la ragazza di tutti. La libertina non è cattiva, non usa gli uomini a suo piacimento per disprezzo o per crudeltà. Lei ama, inopinatamente e senza limitazione alcuna, si dà, generosamente e col sorriso sulle labbra. E’ l’idolo assoluto dei ragazzi (ci mancherebbe!), quella che tutti vorrebbero incontrare. La definiscono volgarmente “puttana”, ma è un termine riduttivo per circoscrivere la sua complessa essenza. In fondo la libertina utilizza il sesso come pasoliniano mezzo attraverso il quale raggiungere la conoscenza, chiave di lettura per codificare i comportamenti umani maschili. Usa il petting come strumento gnoseologico, come simbolica e preliminare stretta di mano conoscitiva, come caldo convenevole. In lei riemerge quell’istinto primordiale, così ben descritto da Freud, della fase orale, cioè dell’esplorazione del mondo attraverso la suzione, il portarsi tutto alla bocca, ancestrale rituale neonatale. La libertina fatica a stare da sola, vuole avere a fianco l’uomo, vuole un punto di riferimento cui aggrapparsi, a volte disperatamente. Si innamora spesso, in una girandola di fidanzati, che vengono ruotati come culture agricole in un campo (senza spazio per il maggese), o sostituiti come centravanti arrabbiati durante una partita di campionato. Esprime il meglio di sé in fresche serate in macchina nell’ombra accogliente di ridenti zone industriali, oppure in torride notti estive tra i lettini di un pigro stabilimento balneare. La libertina è un distributore (non sempre automatico) di felicità in pillole omeopatiche, è una benevola crocerossina del cuore, una missionaria comboniana della carità ormonale. Possiede morbidi polpastrelli da clavicembalista, labbra carnose e velenose in stile Uma Thurman nel ruolo di Poison Ivy e cammina con la falcata e i tacchi a spillo di Catwoman. Ma non fa paura. Non c’è nessun Batman da uccidere. Qui c’è solo da amare.
Lei prova a farlo.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 22 Giugno 2009)

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