Bolt, il messia della velocità

23 agosto 2009

berlino_585_603754a

Ieri pomeriggio ho visto un ragazzo di colore, molto alto, al mare. Vendeva braccialetti e collanine dozzinali. Era un venditore ambulante, abusivo, un vucumprà ( è una parola orrenda, non la voglio più sentire, non la voglio più vedere sulle locandine fuori dalle edicole, non usiamola più per favore). Improvvisamente mi sono reso conto di una somiglianza incredibile. Come una separazione alla nascita. Che mi ha portato a fare un ragionamento su quella che amo definire la certezza del talento. O a casualità del destino. O la predestinazione nel DNA. Quel ragazzo di colore, allampanato, che mi voleva vendere un braccialetto a 1 euro, era la copia carbone, il sosia perfetto, l’immagine riflessa di Usain Bolt, il fulmine, il ghepardo nero, la scheggia impazzita della velocità mondiale. L’uomo che domenica scorsa ha corso i 100 metri piani in 9 e 58 (nove e cinquantotto, va scritto a lettere come per gli assegni, non ci si vuol credere) e che l’altra sera ha cancellato un altro record del mondo (già suo) nella finale dei 200 ( in 19 e 19 ,un tempo che è reiterazione di se stesso, ripetizione di un qualcosa di impossibile che già aveva compiuto alle Olimpiadi di Pechino). Ho pensato che il talento ti bacia focoso quando lo spermatozoo entra nell’uovo. Oppure c’è un sarto di origini divine che ti rimaneggia il DNA, te lo seziona (si chiama splicing in termini tecnici), e ti fa l’orlo con l’ago e il filo ai cromosomi se ti sei comportato bene nella vita precedente. O invece c’è una casualità feroce o benevola (a seconda di come si è comportata con te) che decide bendata la tua sorte per la vita. O una Natura leopardiana che, scura, distribuisce doni ma soprattutto disgrazie nella casualità più assoluta. Oppure c’è un dio che decide che è ora di mandare un’altro messia sulla terra. Ho pensato che Usain era un ragazzone normale a Trelawny, in Giamaica, a casa sua, e che dava una mano ai parenti a coltivare la terra. E che dentro di lui c’era già un talento insopportabile. Qualcuno o qualcosa aveva scelto lui per cambiare la storia dell’uomo, per abbassare i limiti dell’umano qualche centesimo più in giù. Perchè quello che ha fatto e sta facendo il giamaicano è come dire l’uomo sulla luna, è Leonida alle Termopili, e l’umano che supera il limite (la velocità e qualcosa che affascina l’uomo sin dai primordi), è il concreto che assurge a simbolo, la cronaca che diventa mitologia. Il Messia della velocità, dell’abbattimento del limite, è lui. Il venditore sulla spiaggia che gli assomiglia tanto, come tanti altri ragazzi, non è stato toccato da quell’entità superiore chiamata talento. Un’ingiustizia soprannaturale che premia solo alcuni (pochi) e ne castiga altri(molti). Un sasso gettato nello stagno che segna il distacco tra quella che è una vita di stenti, e quella che è un’ esistenza divina. Un talento che ovviamente deve essere poi supportato dalla dedizione, dalla fortuna, da un cervello perlomeno decente. Ma senza quello sciamanico innesco iniziale, senza quel dado gettato nel brodo primordiale, nulla di tutto ciò sarebbe possibile. Bolt è probabilmente l’atleta più incredibile mai visto sulla terra. 195 centimetri e 93 chili di potenza. Un velocista così alto e coordinato non si era mai visto. Lui è naturalmente illegale. Come fare una corsa in scarabeo contro Valentino Rossi che guida una 500 di cilindrata. Non puoi batterlo. Ha una morfologia corporea perfetta, sembra un mutante uscito da un film di fantascienza, sembra una Ferrari dall’aerodinamica implementata in una galleria del vento. Possiede piedi dotati di una stiffness (durezza, capacità di resistere all’impatto col suolo) unica al mondo, probabilmente ha un’ossatura che in confronto l’adamantio che compone il corpo di Wolverine è un materiale di scarto. Tutto questo è unito a una tranquillità imbarazzante, a una consapevolezza (o inconsapevolezza?) di sé che lascia allibiti. Sono celebri ormai i suoi rituali, le sue smorfie divertite prima della partenza, segno di una solidità mentale ammorbante, oppure di una certezza assoluta di essere il più forte di sempre, un adulto che gareggia coi bambini, o forse bambino che gareggia con gli adulti a chi sogna più in grande. E che quindi stravince. Bolt è un bambinone che uccide i suoi avversari, proprio perchè forse non se ne rende conto, perchè se non ci pensi puoi anche camminare sulle acque e se ci pensi troppo poi affoghi. Lo vedo e mi viene in mente Valentino Rossi, la simpatia, la sbruffonaggine, un talento, anche lui, che ti rivolta la vita, la gente che si riunisce davanti ai televisori, e per 45 minuti (oppure per meno di 10 secondi) sogna un po’. La facilità del gesto, l’apparente inconsapevolezza di un potere che porta con sé grandi responsabilità ( l’Uomo Ragno è un mito della modernità, il simbolo di qualcosa che nella realtà esiste veramente), il sorriso sulle labbra sempre. E allora Bolt è come Valentino Rossi che gareggia con una moto più forte della tua, quindi ontologicamente imbattibile, teoreticamente inavvicinabile, probabile dimostrazione dell’esistenza del talento, e quindi della bellezza. E quindi dell’esistenza di un qualche Dio. Ti sconfigge già prima della partenza: un nome nel destino. Bolt significa fulmine. Non si poteva fare apposta. Come se il capo della polizia si chiamasse Manganelli (ah si chiama davvero così!). Quelli che corrono di fianco a lui, seppur preparatissimi, diventano comparse. Diventano maschere anonime, insignificanti, di fronte all’immensità del giamaicano. Se Bolt quando corre è convincente come un discorso di Obama, i suoi avversari sono meno simpatici e avvincenti di un’intervento della Serracchiani. Se lui è un concerto degli AC/DC a tutto volume, gli altri sono Mariano Apicella che intona uno stornello a Posillipo. Se lui è Shiny happy people dei Rem, gli altri sono tristi e mugolanti come una canzone di Gigi D’Alessio. Se lui è Martin Scorsese che dirige The Departed, gli altri sono le comparse dimenticabili di American Pie. Se lui è Bip Bip, gli altri sono Willy il Coyote che si spiaccica nel canyon. Bolt è un cartone animato (esiste davvero) che esce dallo schermo e se ne scappa veloce. Non fai in tempo a vederlo. Quando sta giungendo sul traguardo il giamaicano prova sempre a guardarsi nel maxischermo in alto, ma non può vedersi, è troppo veloce, l’immagine è già scappata via. E’ anche un fumetto. Come Lucky Luke. Più veloce anche della sua ombra.

(Pubblicato ieri sulla Voce di Romagna)

Annunci

2 Responses to “Bolt, il messia della velocità”

  1. il Libanese Says:

    meraviglioso. Ancora di più pensare che un giorno verrà battuto. o forse no?

  2. Franz Says:

    Grande Marco!! Sei un genio!!
    Sai cos’è il pensiero che mi turba tutte le volte che lo vedo correre?! Penso sempre a quel poveraccio che arriva secondo! Mi immagino la sua vita piena di sacrifici, alzatacce, alimentazione stracurata, fatica in palestra e contratti di sponsorizzazione inutili. Prima del tempo marziano di Bolt, 9,58, il record del mondo era 9,69 (stabilito sempre dal Giamaicano a Pechino). Il secondo classificato ha fatto un tempo di 9,71 ovvero solo 2 centesimi in più del record del mondo già clamoroso di Bolt!! Sostanzialmente si sta parlando di colui che entra nell’Olimpo a testa alta e di colui che ci entra, ma di nascosto, senza fama e senza gloria. Il destino è stato beffardo per lui ma d’altronde lo si sapeva già: il suo cognome fin da piccolo è stato “Gay”! ehehehe


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: