Ti ho riconosciuta dal numero di serie

27 agosto 2009

Jasmine Fiore era una modella di costumi da bagno ed ex coniglietta di Playboy. Jasmine si era sposata (a Las Vegas) con tale Ryan Alexander (divorzieranno poco dopo). Ryan qualche volta la picchiava. Piccolo particolare: Jasmine aveva un enorme seno rifatto e un viso che, a 28 anni, lasciava poco spazio alla naturalezza e molto al botulino. Uso l’imperfetto perchè Jasmine è stata trovata da un barbone, pochi giorni fa, dentro una valigia a Los Angeles. Gambe segate, dita strappate, lineamenti sfigurati (ci voleva poco), denti strappati ad uno ad uno. Ah, non è Seven questo. E’ successo davvero. Un cadavere irriconoscibile. Se non fosse per una peculiarità molto attuale. Jasmine Fiore è stata riconosciuta grazie al numero di serie delle sue protesi al seno. Come se quello che le è intimamente rimasto sia solo quello. La sua anima nel numero di serie, il suo dato di riconoscimento ultimo, estremo, nell’artificialità più assoluta. Un aereo che riconosci dalla scatola nera, un’automobile definita dal numero di telaio. Forse Jasmine ogni tanto faceva la revisione, ogni tanto le rilasciavano il tagliando. Jasmine è la rappresentazione di questa che è l’epoca dell’esteriorità, del posticcio, del rifatto, dell’accessorio che diviene il necessario, dell’artificiale che diventa elemento fondante della persona. Fine della storia: l’ex marito Ryan viene trovato morto in un motel del Canada. E’ lui che ha ucciso Jasmine.
Diecimila chilometri più ad est, a Riccione, giovedì scorso si è tenuto un concorso di bellezza molto particolare: Miss Rifatta. Ha vinto una 44enne che si è distinta per un ampio bagaglio di ritocchi estetici, valutati da una giuria di esperti (non si sa di cosa, forse di geometria). La vincitrice ha dichiarato tra le sue passioni esserci la decorazione e il bricolage. Forse il bricolage di se stessa. La decorazione dei suoi lineamenti. Un concorso che premia chi è costruita meglio, chi è artificialmente e algidamente più perfetta. Non so se mi fa più orrore questo o la storia di Jasmine. E c’è un filo rosso ad unire le due storie che fa venire un freddo cane. Ok, là c’è il sangue, qui solo il silicone, là l’orrore, qui solo il ludibrio. Solo in tutti e due i casi, c’è un venire all’esistenza, un vivere e un andarsene che sono dominate dall’esteriorità, dal costruito, da quello che è altro da sé. E’ la superficie a dominare.
All’interno al massimo c’è un numero di serie.

(Pubblicato ieri sulla Voce di Romagna)

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