We’ll slide down the surface of things

4 settembre 2009

Foto di Erwin Olaf

Foto di Erwin Olaf

C’è una scena in Glamorama (libro-culto dell’autore americano Bret Easton Ellis, edito in Italia da Einaudi) che è un capolavoro. Victor Ward, il protagonista della storia, modello, è il manager di un locale molto trendy che sta aprendo a New York. La scena, contenuta in un capitolo interminabile, è la descrizione del party di apertura. Attraverso un immaginario pianosequenza cinematografico osserviamo l’arrivo dei vip (Uma Thurman, Sean Penn, Chris O’Donnel, Winona Rider), i litigi, gli incontri, i dialoghi non-sense. In sottofondo, come ideale colonna sonora si ascolta Even Better Than The Real Thing degli U2. Il testo di questa canzone non è altro che la chiave di lettura in versi del libro. Libro che è una straordinaria satira sociale sull’aspetto fisico, l’esteriorità, il bisogno di diventare famosi a tutti i costi. Una presa in giro terrificante della generazione di MTV, una potente dissacrazione degli anni Novanta (il libro è ambientato in un non esattamente precisato 1996, anno che non viene mai menzionato esplicitamente, ma che si desume essere quello attraverso le infinite citazioni musicali e di costume).
….My Head Is Somewhere In Between…
La storia del modello Victor Ward si dipana tra New York, Londra , Parigi e Milano, addirittura su un transatlantico, attraverso le feste, le sfilate e gli appuntamenti. Tutto in una trama che si dipana poco chiaramente, aggrovigliandosi su se stessa nella parte centrale per poi implodere inspiegabilmente nella parte finale dopo 730 pagine di delirio assoluto. L’autore utilizza l’originale artificio letterario di una troupe cinematografica che segue il protagonista lungo tutto il romanzo. Le telecamere che seguono costantemente la scena sono frutto della mente del protagonista che per tutto l’arco della storia si imbottisce di sedativi e antidepressivi (Xanax, Halcion), ma sono anche conseguenza della sua concezione di vita che tende sempre a essere sotto la luce dei riflettori, come se fosse il protagonista di un immenso reality-show. E’ questo l’aspetto più interessante del romanzo. Un aspetto seminale che preconizza il dominio che i media avranno sulle persone in tutto il decennio successivo (questo). Il reality-show ne è il simbolo sfolgorante. Ci sono momenti, nel libro, in cui si ha l’impressione di trovarsi davanti alla TV a guardare uno di quegli insulsi reality di MTV, quelli sulla vita delle star più o meno famose, gli effetti sono ugualmente nauseabondi…You’re The Real Thing… Ogni atto del libro è raccontato come fosse qualcosa di artificiale, precostituito, letto in un copione, concertato con una troupe di tecnici. Sulla scena le luci sono sempre calibrate, i personaggi truccati e sempre in ordine…Even Better Than The Real Thing… Qualcosa che appare sempre meglio delle cose reali, almeno da un punto di vista estetico (il punto di vista cardine della mentalità anni Novanta). Ma dietro la bellezza apparente delle cose e dei personaggi si nascondono frammenti di orrore, verità fatte di violenza, sangue e decomposizione. Come se la bellezza stessa puzzasse tremendamente di interiora umane. Il protagonista viene coinvolto in una organizzazione terroristica composta di soli e bellissimi modelli che semina il panico per tutta l’Europa. Organizzazione di cui non viene mai specificato il movente, la motivazione, gli obbiettivi. Questo non interessa all’autore. Importante è l’estetica, la bellezza, il gesto. Victor viene scelto perchè non ha alcun programma, non ha alcuna risposta da dare agli interrogativi della vita.
…We’ll Slide Down The Surface Of Things…
Victor scivola sulla superficie delle cose, vive di apparenza. Consapevole che la conoscenza è un vettore che scorre su una superficie che non ha profondità alcuna. I personaggi sono quello che appaiono e a volte neppure quello. La violenza è fredda e spersonalizzata. I corpi straziati dagli attentati e dalle torture sono manichini divelti. Il sesso è altrettanto gelido, e un preliminare al nulla, utilizzo di sole dita, reciprocità di masturbazioni mentali e non solo. Non c’è spazio alcuno per la trascendenza, per qualcosa che vada oltre la realtà materiale. Tutto è corporeo, l’orizzonte è chiuso in una prospettiva paurosamente materialista. L’etica è una parola che non esiste. L’autore si diverte a bombardare il lettore con una miriade di nomi di celebrità, marchi di moda, titoli di canzoni, quasi in un eccessivo e autocompiaciuto delirio verbale. I dialoghi della prima parte possono risultare irritanti per stupidità e superficialità. Ma è il bello della scrittura di Ellis, molto cinematografica e tesa a prendere in giro ferocemente i comportamenti dei personaggi. In uno scenario gelido (il tormentone lungo tutto il libro è la frase “si gela”), sempre cosparso di inspiegabili coriandoli, i personaggi inseguono affannosamente qualcosa di ineffabile, forse inutile, dove è necessario “recitare bene la propria parte” e dove “le cose più importanti sono quelle che non sai”. Dove in è out, e out è in (un altro tormentone che percorre opera, estrinsecazione dell’insensatezza della moda e dei suoi rituali) Nel corso delle pagine Bret Easton Ellis diventa un moderno Ludovico Ariosto descrivendo il vagabondare e i tormenti degli”attori”. Ma alla quaterna “le donne, i cavalier, l’arme, gli amori”, incipit iniziale dell’Orlando Furioso, qui bisogna sostituire un più moderno e feroce “le donne (sempre quelle), i modelli, lo Xanax, la violenza sessuale (unica possibilità di comunicazione tra uomo e donna, nell’opera). Neanche il lettore alla fine capirà quello che è realmente successo a Victor Ward: tutto frutto della sua fantasia? Un enorme set cinematografico in cui tutto è finzione? O forse la tragica complessità di una realtà crudele e assolutamente inspiegabile dove un nichilismo e un materialismo ammorbanti la fanno da padrone. Dove “se sei bello il mondo è più bello”, dove le uccisioni si susseguono orrendamente (una modella addirittura viene uccisa attraverso una nauseabonda overdose di RU 486, la attualissima pillola abortiva), dove l’aspetto esteriore va preservato integro anche di fronte a orribili mutilazioni fisiche. Dove per sopravvivere basta scivolare sulla superficie delle cose.
We’ll slide down the surface of things.
O no?

(Pubblicato oggi sulla Voce di Romagna)

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2 Responses to “We’ll slide down the surface of things”

  1. Madison Says:

    ma è sempre possibile scivolare sulla superficie delle cose? non è un ritmo estenuante?

    ho già deciso cosa comprerò in libreria la prossima settimana…

  2. giacomino Says:

    non so se è sempre possibile scivolare sulla superficie delle cose…qualche volta forse non si può e ti tocca affrontare certe situazioni…certe esperienze…resta il fatto che c’è gente che ha un talento innato..-e tanta cieca fortuna-… e riesce per tutta la vita a vivere “in sordina”, facendosi scivolare sulle spalle ogni cosa gli si ponga sulla strada..aggirando gli ostacoli naturalmente..come un Alberto Tomba in uno di quegli slalom speciali perfetti, in cui gli avversari lottavano per il secondo posto in poi
    c’è gente che vive così..non per egoismo o cattiveria…solo per incapacità di compredere la realtà fino in fondo…è solo questione di percezione…

    vabbè va….dai “marciapiedi di new york” ti mando un saluto caro mr. breez e vado verso il letto… ..”in the city that never sleeps…”
    have a good night and take care..


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