Siamo tutti figli di Briatore

27 settembre 2009

Ciao Ciccio! Vedo una sua foto e non riesco a distinguere il vero Flavio Briatore dall’imitazione di Panariello. Flavio è un po’ imbolsito, forse invecchiato. Dietro gli onnipresenti occhiali scuri ti accorgi che l’occhio si è un po’ spento. A Flavio gli stan facendo un mazzo così. Max “SadoMaso” Mosley non lo amava tanto. Adesso gli sta affondando un pugnale nelle carni morbide. Flavio, in un’intervista qualche anno fa, aveva detto “nel nostro mondo non c’è affetto, al massimo ho due o tre amici, non ho tempo”. Ecco, era vero. Flavio è l’unico che (per adesso) paga col sangue per il Crashgate Renault di Singapore 2008. Frode sportiva, radiazione dal sistema, non potrà più nemmeno fare il manager dei piloti. Symonds, Nelsinho Piquet e gli altri sono pulito come bambini per il sistema di giustizia interno della FIA, ridicolo e controllabile a piacimento da Mister SadoMaso. Ok. Povero Flavio. Rimane il fatto che ha truffato, Flavio. E non basta citare il versetto del vangelo secondo Moggi secondo il quale non esiste frode senza la correità, il”maestra non son stato solo io, c’erano anche loro”. Flavio ha barato. Tra l’altro giocando col fuoco di lamiere che viaggiano ai 300 all’ora. Flavio non è mai stato un santo. Lo capisci già dall’atteggiamento da bounty-killer, dal tono della voce deciso. Nel cuneese negli anni ’70, dopo essere stato un dimenticabile piazzista di polizze assicurative, Flavio aveva rilevato l’azienda Paramatti Vernici da Michele Sindona (cominciamo bene). Poi il suo socio salta in aria insieme alla sua macchina e a una bomba collegata all’accensione. La verità non si scoprirà mai. Piccole ombre. Che si infittiscono. Il buon Flavio viene condannato per bancarotta fraudolenta prima (per il fallimento di Paramatti Vernici) e per truffa poi, attraverso l’aggancio di clienti facoltosi da spennare (di mezzo c’era anche quel sant’uomo di Emilio Fede, assolto per insufficienza di prove). Scapperà abilmente nelle Cayman. Non sconterà un solo giorno di galera (ovvio!). Conoscerà Luciano Benetton. Comincerà la sua fortuna, prima con le catene di franchising Benetton, poi con la Formula Uno. A Cuneo lo chiamavano “il Tribula” uno che si sbatte, si arrabbia, si arrabatta, uno spaccone che non è stupido, un bifolco di campagna che giura che un giorno lo metterà in quel posto a tutti. E lo fa davvero. Flavio è il self made man, quello che si fa da solo, con le buone, ma anche con le cattive, col sudore della fronte, ma anche con scorciatoie pericolose e molto italiane (me ne vengono in mente tanti come lui). Flavio è stato il modello estetico ed anche etico (purtroppo) di una certa Italia di questi primi anni 2000. Geniale ignorante, attraente bifolco, asciuga all’essenziale il brocardo filosofico “non bisogna presumere che esistano più cose del necessario”. Infatti l’unica cosa che è necessaria diventa il denaro. Nello stretto pragmatismo piemontese, nella patinata e billionaresca grettezza briatoriana, Flavio è il simbolo di quello che si è fatto un culo così e ce l’ ha fatta, uno che “non so esattamente quanto soldi guadagno, credimi, non me ne occupo io, sono ricco, è vero, ma non vedo cosa ci sia di male”. Dentro questa frase c’è tutto, c’è la Costa Smeralda, c’è lo yacht di settanta metri, ci sono i 5 cellulari che vibrano ogni sei secondi, c’è il menefottismo di tutto, anche dell’accento piemontese mai ripulito, c’è il manager carenato e metallizzato dallo stile di gestione dinamico e innovativo (il concetto di “tribula” rivisto e corretto in maniera più glitter, più holliwoodiana). E ci sono le babbucce firmate, la moglie Elisabetta Gregoraci (trent’anni in meno di lui) l’ex Heidi Klum, l’ex-bis Naomi Campbell (il potere per l’uomo va di pari passo con la conquista della donna, naturalmente bella e giovane, come ogni accessorio che si rispetti), “non leggo un libro dalla terza superiore, non ho tempo, devo lavorare”, c’è Londra, Montecarlo, Singapore, porto Cervo poi via di nuovo. “La vita è una sola e non sai mai quando ti tocca morire”. L’ha detto Flavio. Che ha vissuto un’esistenza da carpe diem sulla sua propria pelle. Fino alle estreme conseguenze. Non so come finirà questa storia. Se sarà solo lui a pagare. Male che vada tra qualche anno lo vedremo insegnare etica d’impresa da qualche parte (se Pairetto insegna etica agli arbitri e Moggi pontifica nelle trasmissioni televisive che lo invitano, tra un “hai proprio ragione Luciano” e un “grazie Luciano”). La rimozione mentale è uno degli sport più praticati in Italia. Io so solo che, volenti o nolenti, siamo tutti figli di Briatore. Gliene diciamo di tutti i colori, ma vorremmo tutti essere come lui. E’ l’italiano per eccellenza. Furbo, piacione, brillante, tiratardi, lavoratore. Flavio è tutti noi. Non fategli troppo male.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 settembre 2009)

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