Volevo essere Dylan Dog

2 ottobre 2009

Ho avuto paura tre volte nella mia vita. La prima avevo cinque anni, e un cane che mi sembrava enorme, feroce è uscito da un cancello e mi ha abbaiato in faccia. Terrore momentaneo. Da quel giorno non c’è più stato grande feeling tra me e i nostri (anzi vostri, miei no di sicuro) amici a quattro zampe. La seconda ero un adolescente smarrito e avevo paura che la più bella del (mio) mondo mi dicesse di no. Sarebbe successo inevitabilmente. Poi ci sarebbero state le discese ardite e le risalite (cit.- Grazie Lucio). Ma è un’altra storia. La terza è datata estate 1992. C’è un bambino di otto anni a cui viene mostrato, da un sedicente amico, un albo a fumetti. Protagonista un detective particolare. Vive in una Londra perennemente nebbiosa o piovosa. Lo chiamano Indagatore dell’incubo. Indossa una giacca nera, camicia rossa, jeans blu e ai piedi porta delle immortali Clarks chiare. L’albo si intitola Caccia alle streghe si apre con una terrificante sequenza di torture medievali inflitte a meravigliose ragazze seminude. Il bambino (che sono io) se lo sognerà la notte quel giornalino (paura, sì, davvero). La colonna sonora impressa nella sua mente per quell’istante è Rhythm is a Dancer degli Snap, anni Novanta allo stato puro tradotti in sintetizzatore. Il nome del fumetto, che poi è il nome di quel giovane investigatore, lo si può leggere a caratteri cubitali su quella copertina. Si chiama Dylan Dog. Quel bambino non lo sa, ma quel nome aveva già cambiato la storia del fumetto italiano e non solo. Lo stava facendo e avrebbe continuato a farlo per qualche anno. L’onda si sarebbe infranta poco dopo. Gli effetti però sarebbero rimasti. Dylan Dog è il fumetto cult degli ultimi vent’anni. Anzi c’è una data, per essere più precisi. Bisogna andare indietro alla fine di settembre del 1986. Nelle edicole italiane, per la Bonelli Editore, esce il primo numero di un fumetto horror che, a cadenza mensile, continuerà ad essere venduto nelle edicole italiane. All’inizio le vendite vanno così, così, senza infamia nè lode, nella normalità più assoluta. Poi succede qualcosa. Il tam-tam, una sensazione nell’aria, qualcosa. All’inizio del 1990 esplode la mania. Alcuni numeri verranno stampati con una tiratura di cinquecentomila copie. Alcuni albi arriveranno a venderne un milione. Numeri inimmaginabili per l’industria del fumetto italiano. Un boom totale. Vi ricorderete le magliette, i quaderni, i diari scolastici, un merchandising infinito marchiato Dylan Dog. All’inizio degli anni Novanta è fanatismo. Tutti gli adolescenti lo leggono, anche molti adulti lo fanno, semiologi e critici ne parlano (pure Umberto Eco, che sentenziò:”Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi). Le ragioni del successo non sono facili da spiegare. Probabilmente bisogna andarle a ricercare all’origine del personaggio, verso il suo creatore, quel (all’epoca) ragazzo di Broni, provincia di Pavia. Si chiama Tiziano Sclavi. Quando Dylan Dog nasce, Sclavi ha 33 anni (l’età di Cristo). E riesce a plasmare qualcosa di apparentemente già visto (il cinema splatter è al suo top negli anni Ottanta) ma che in realtà è unico. C’è l’horror e c’è la nostalgia, c’è un qualcosa di adolescenziale in Dylan Dog, e quindi in Sclavi stesso (Dylan è una sua proiezione mentale) un porsi delle domande eterne che è sicuramente uno dei motivi dell’incredibile successo di questo fumetto tra i teenager dei primi anni Novanta. Dylan non smette mai di sentirsi oppresso da un certo “male di vivere” che probabilmente gli adulti, crescendo, riescono ad ignorare. I ragazzi no, con quella specie di proiettile conficcato nel cuore proprio non riescono a vivere. Le storie sono infatti imperniate su una malinconia trascinante, romantica nel senso non deteriore, ma letterario del termine, nel senso di sfida infinita al destino, al divenire, sfida in cui siamo destinati ad essere sconfitti, titanicamente. Le storie di Dylan difficilmente di chiudono con un rassicurante happy-ending, il cliffangher finale è sempre in agguato (vedi l’indimenticabile numero 1 L’alba dei morti viventi, omaggio al fondamentale cinema di Romero). Dylan/Sclavi incontra mostri, zombie, lupi mannari, serial killer tremendi (persino l’anima di Jack lo squartatore), streghe, conigli rosa che lanciano incudini dal centesimo piano di un grattacielo (I conigli rosa uccidono è il titolo di un numero che è diventato proverbiale col tempo). Son tutti mostri che l’indagatore dell’incubo riesce a sconfiggere solitamente. Quello che non riesce a distruggere, cioè i veri mostri, sono la povertà, le malattie, l’abbandono, la solitudine, l’inadeguatezza, i malesseri sociali di ogni tipo. Dylan, nella sua dimensione esistenziale, si scontra con queste tematiche in ogni albo della serie (ad esempio in Johnny Freak, Storia di Nessuno, Attraverso lo specchio). Tutti i mostri di Dylan Dog sono il simbolo sfolgorante dei mali della società moderna. Il filosofo Giulio Giorello ha affermato che il filo conduttore di Dylan Dog è il riconoscimento della finitezza umana, dell’infaticabile volontà di domandarsi: come è possibile per certi uomini (mostri?) uccidere, corrompere, opprimere se siamo tutti figli dello stesso immortale destino? La morte (che appare personificata in Attraverso lo Specchio) è l’elemento costante del fumetto di Sclavi, quasi ossessionante, opprimente. Unito ovviamente all’amore. Eros e Thanatos sono legati indissolubilmente. Dylan in ogni numero conquista una bellissima ragazza, che cade fra le sue braccia dopo poche tavole. Ma il suo non è dongiovannismo, lui non cataloga le proprie conquiste: l’amore, nella laicità dylaniata, è un raccoglimento profondo, religioso, un rifugio grazie al quale sottrarsi (quasi del tutto) alle vignette del fumetto e quindi al tempo. C’è un’etica, una moralità in tutto il percorso di Dylan Dog, che solo qualche volta sfocia nel moralismo ( Dylan dentro è un adolescente infinito, e tutta l’adolescenza è eccesso di cose buone o meno buone), ma che spesso diventa un apologo a favore di tutti gli oppressi, i diversi, che sono quasi sempre protagonisti delle storie. Tiziano Sclavi va molto vicino alla genialità assoluta in quella fine di anni Ottanta. Lui è uno che vive il personaggio sulla propria pelle. Passa un periodaccio di depressione proprio dopo il grande successo di Dylan. Se lo sentite parlare (in pochi l’ han visto parlare, ma qualcosa su youTube si trova adesso) ha la voce e l’accento di Adriano Galliani. E’ l’unica somiglianza tra i due, tranquilli. Sclavi è un dritto. Una volta ha detto:”Sono un vigliacco militante, ho paura di tutto, e anche del resto. Le cose che mi fanno orrore le si può trovare sula Treccani, l’edizione completa, non quella piccola”. Oppure:”Io non ho paura dei mostri, dei fantasmi, degli zombie, che sono tutte cose che non esistono (forse). Io ho il terrore del quotidiano”. Pazzesco Sclavi, a sentirlo parlare. Uno che vive da dentro il suo personaggio, uno che è il suo personaggio, che soffre con lui, che lotta con lui, che fa cadere le lacrime sulla tastiera della macchina da scrivere mentre dà vita alla sceneggiatura. E la sua scrittura è molto cinematografica (altra ragione del successo di questo fumetto). C’è un episodio di Dylan Dog che è un capolavoro raro. Bestemmio. Lo inserisco a pieno titolo nella letteratura italiana novecentesca. E’ il numero 19. Si intitola Memorie dall’Invisibile. Storia di una persona che non esiste, uno che “da bambino è sempre stato una nullità, e sua madre lo scambiava per suo fratello, anche se era figlio unico”. Un terrificante racconto sull’incomunicabilità, elemento imprescindibile nella weltanschaung sclaviana, per cui tutti gli umani sono soli, imprigionati in un’eterna e terrificante coazione a ripetersi. Si diventa invisibili se nessuno crede in noi. Forse è l’amore l’unica cosa che ci tiene in vita (eccolo ancora l’adolescente, eccole ancora quelle discese ardite e poi le risalite). Questa è la piccola speranza in conclusione, Sclavi vorrebbe essere cinico fino in fondo, ma non lo è. Tutto ciò è filtrato attraverso una miriade di rimandi e citazioni che sono la polpa, il vero punto forte della serie. Citazioni da Monsier Verdoux di Charlie Chaplin, dalla canzone Un giudice di Fabrizio De Andrè, in una vignetta viene addirittura riprodotto il dipinto Nighthawk di Edward Hopper. Sclavi gioca col lettore, con incastri, scatole cinesi, attraverso un utilizzo attivo e creativo della didascalia (poesie, canzoni, giochi di parole, oltre la mera narrazione). Insomma, Dylan Dog è qualcosa che va oltre il fumetto, lo trascende è diventa romanzo, short novel (secondo Sclavi tra romanzo e fumetto non c’è gerarchia, i due generi sono intercambiabili). E’ un fumetto nobile, molto vicino alla migliore graphic novel americana. E proprio in questi giorni negli Usa stanno terminando le riprese del film su Dylan Dog, una grossa produzione, che vedrà nei panni dell’Indagatore Brandon Routh (già Superman). Lo attendiamo. Anche se sappiamo che non proveremo la stessa sensazione del Dylan su tavola, su carta pregna di inchiostro. Che emana quell’odore di adolescenza, di piccole paure. Sì, volevo essere Dylan Dog. Godere dallo spavento. Oppure rimanere adolescente.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 24 settembre 2009)

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One Response to “Volevo essere Dylan Dog”

  1. Marco Says:

    Eheh! Anch’io ne so qualcosa.. mi ricorda tanto il mio primo approccio a Dylan, qualcosa di indescridibilmente pauroso e affascinante!


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