Quel bastardo di Quentin cambia la Storia

9 ottobre 2009

C’è la verde campagna francese, una fattoria e un uomo che spacca la legna. La delicatezza di una melodia di Ennio Morricone. Respirate. C’è un movimento della macchina da presa che dire sontuoso è riduttivo. C’è un’automobile delle SS che giunge spedita sul vialetto sterrato. L’uomo che spaccava la legna si ferma, chiama la figlia e si fa portare dell’acqua per lavarsi la faccia. Poi spedisce la figlia in casa. L’uomo nasconde degli ebrei sotto le assi del pavimento. Dall’automobile tedesca scende “il cacciatore di ebrei”. Pochi secondi prima una scritta sullo schermo: “C’era una volta, in una Francia occupata dai nazisti”. E’ l’apertura di film più Sergioleoniana che abbia mai visto nella mia vita. Soprattutto perchè non sto guardando un film di Sergio Leone. No, è l’inzio del nuovo film di Sua Maestà Quentin Tarantino, Inglorious Bastards. Citazione enciclopedica da C’era una volta il West, la scena in cui Henry Fonda arrivava alla fattoria dei McBain è sterminava tutti. Qui, al posto del buon Henry, arriva il cacciatore di ebrei, Hans Landa (un imbarazzante e nicholsoniano Cristoph Waltz, impressionante, premiato strameritatamente a Cannes come miglior attore). E va a comporre una scena dalla tensione straziante che è un quarto d’ora di cinema allo stato puro. Lo è anche il resto del film. Una mescolanza di generi ridondante, emozionante, “tarantiniana” (ormai è un aggettivo). Spaghetti western nel primo capitolo (la divisione del film in capitoli, come un libro, ormai è un marchio di fabbrica del regista losangelino). Macaroni-kombat interpolato ad ambientazioni alla Lubitsch, shakerato con Quella sporca dozzina nel secondo (dove vediamo all’opera il manipolo di soldati rinnegati, i “bastardi”). Poi noir alla francese nell’incantevole morbidezza del terzo capitolo (ambientazione parigina da “Nouvelle Vague”, meravigliosa la scena nel caffè). Gli ultimi due capitoli sono definibili come nazi-pulp-macho-tarantiniano fuck off: esplosioni di violenza, humor nero come la pece, dialoghi surreali, situazioni al limite del folle. Come un bambino colto con le mani nella marmellata, Tarantino innalza al cielo la sua mitologia personale citando, rubando, rileggendo la storia della cinematografia di genere. Lo fa con originalità straordinaria (ci ha abituati allo stupore ormai, ossimoro che qui diventa normalità). Prende Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari e lo rilegge in chiave pulp (non chiudete gli occhi mentre Brad Pitt incide svastiche sulle fronti dei malcapitati nazisti), impugna Godard e ci butta sopra Cat People di David Bowie, mette in padella Leone e al posto del pistolero ci mette un ebreo che scalpa e uccide con una mazza da baseball i nazisti. Tarantino ci fa smarrire nel labirinto del suo cinema totale (sì, ricorda il calcio totale dell’Olanda degli anni Settanta, offensivo, instancabile, eccitante come nient’altro, non vinci nulla ma ti diverti come un matto) ci rapisce nella sua geometria di incisi e rimandi, ci affoga nella mescolanza linguistica (guardate il film in lingua originale, si parla in tedesco, francese, inglese) nella sua estetica fatta di smembramenti corporei e sgozzamenti macroscopici. Quentin su autocita giocosamente nel mexican stand-off della scena della taverna (forse una delle migliori scene viste al cinema negli ultimi dieci anni), in cui rimanda allo stallo elisabettiano tra i malviventi della sua opera prima le Iene. Nel pianosequenza eccellente della scena della premiere nazista nel cinema parigino cita per estetica e dinamica lo stesso carrello dello showdown tra la sposa e gli 88 Folli nella Casa delle Foglie Blu in Kill Bill (confrontateli, questo è cinema, signori). Tarantino prende il suo scrittore preferito Elmore Leonard e lo cucina in salsa spaghetti western, mette i suoi dialoghi unici in bocca a soldati tedeschi, tortura a fuoco lento il pubblico mantecandolo come risotto in scene iperdilatate che non finiscono mai e poi esplodono proprio quando non te l’aspetti, prende Brad Pitt, lo veste prima da luogotenente con mascella improbabile e poi lo fa diventare un siciliano, un Antonio Margheriti demenziale che dice “minchia” e fa venir giù il cinema. Fa spaccare la testa (nel vero senso della parola) a un nazista, facendo introdurre l’orrenda fine da un lungo ralenty impreziosito da una struggente melodia di Ennio Morricone (ancora lui). Lo fa con una naturalezza incredibile con la supponenza dell’autodidatta erudito, del semi-diplomato in cinema alla “scuola serale” del negozio di video noleggio di Los Angeles in cui ha lavorato/assorbito nozioni dall’84 all’89. Tarantino deve ancora prendere il “dottorato” in cinema, ma se ne fotte, impara attraendo sapere cinematografico nella sua orbita per osmosi, quasi per capillarità, perchè il giorno in cui si diplomerà sarà il giorno in cui morirà. Perchè Quentin vive di solo eccesso creativo, di talento naturale allo stato rude (nel senso di privo di forma alcuna, assolutamente plastico e modellabile sul modello del “cinema di genere”). Quentin è il bifolco che prende a calci i manieristi alla Ivory o alla Merchant, che dà la paga ai laureati in arti visive, che svernicia gli accademici della crusca della macchina da presa. E’ Gesù ragazzino al tempio che fa un culo così ai sacerdoti, che li umilia sul loro campo di gioco. Quentin continua ad imparare, non si ferma, macina cinema dalla qualità anni luce superiore agli altri, divora come un leviatano vorace la pellicola cinematografica che trova dinnanzi a sé. Vitalismo infinito che trasferisce nella sue opere ed in particolare in questa sua ultima fatica. Forse Quentin Tarantino è l’ultimo degli eroi. Grazie alla sua arte, quella cinematografica riesce a far deviare il treno della storia dai suoi binari, a plasmare i libri di storia a suo piacimento, a far sì che la guerra finisca un anno prima in un piccolo cinema parigino in cui tutti i i gerarchi nazisti (Hitler compreso) convergono per la première di un film di regime. Quentin modifica il corso storico degli eventi attraverso un proprio alter-ego femminile che è, a mio modo di vedere, il vero e straordinario protagonista della storia: è Shosanna Dreyfuss (la meravigliosa sorpresa Melanie Laurent) che scoprirete essere la ragazzina scampata al terrificante massacro iniziale e che, con generalità false ha ereditato un cinema a Parigi. Sarà proprio lei (insieme ai bastardi) ad organizzare il massacro di nazisti nel rutilante finale. Shosanna è Tarantino che dà fuoco alle pellicole di nitrato, è la Sposa insanguinata di Kill Bill che continua la sua vendetta, è un Black Mamba che leva la tuta gialla di Bruce Lee e indossa elegantissimi abiti anni Quaranta per lo showdown finale. E’ proprio lei, figlia di ebrei, che chiude questa fucking jewish revenge, facendo imboccare alla storia questa strada parallela. L’arte è l’unica cosa che ci rende immortali, il bello è quello che ci perpetua e ci differenzia dalle bestie. Quentin/Shosanna attraverso l’arte grafica del cinema riesce in quello che in questo momento nessun altro mezzo può fare, che nessun uomo politico può ottenere. Cambia la storia, ci consegna un sogno nelle mani. Nitidissimo, ancora una volta. Andresti sui libri di storia per vedere se le pagine sono cambiate per davvero. Vorresti che i titoli di coda non finissero mai.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna di ieri)

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3 Responses to “Quel bastardo di Quentin cambia la Storia”

  1. il Libanese Says:

    manca la parola capolavoro….

    come lo è il pezzo…

  2. Dandi Says:

    come ti ho scritto nel messaggio subito dopo averlo visto mio caro Marco, Quentin ci ha fatto per un attimo credere quello che voleva lui, ci ha illuso che la guerra finisse proprio in quel piccolo cinema francese.Quando ho visto l’assistente e il parrucchiere bastardi/siciliani che si alzavano da quelle poltrone pensavo che il film sarebbe andato a finire come tutti sappiamo, che la missione sarebbe fallita,e che la storia comunque è scritta e non si cambia; invece Quentin fa quello che non ti aspetti, realizza quel tuo desiderio che avevi per tutta la durata delle due e più ore che volano veloci sullo schermo, e riscrive la storia e tornando a casa cerchi su wikipedia o su una vecchia enciclopedia qualche notizia sui bastardi, ma sai benissimo che si tratta solo di un capolavoro del grande Quentin.
    Grande lavoro di Tarantino e tuo per il pezzo.
    Complimenti..

  3. Enrico Says:

    Capitolo 1. Il film.
    Le mie armi tecniche non mi consentono di certo una battaglia, se non impari, contro il plotone della tua conoscenza cinematografica. Ma. Terminato il film il mio primo pensiero è stato “solo Quentin può permettersi di cambiare la storia”.
    Lo fa certo a suon di immagini, di riprese, di musiche, di massacri a gratis, di belle donne e di attori supremi, ma ci riesce. E questo è un dato di fatto. Siamo pur sempre nella finzione artistico-cinematografica della sala di un cinema però quando questa colpisce la realtà dello spettatore qualche domanda è lecita, necessaria. Una risposta ho trovato, l’unica: Lui può.
    Per quanto riguarda tecnicismi e citazioni varie i miei piccoli revolver nulla possono, appaiono armi giocattolo. Proprio per questo non mi dilungo.

    Capitolo 2. L’articolo.
    Il primo che ho letto, che mi ha permesso l’accesso al tuo blog. Leggendo l’sms inviatomi, l’utilizzo di uno slang d’avanguardia tecnologica (link, post, fb) mi ha fatto pensare che qualcosa, in questo mondo, è cambiato. Il microcosmo della conoscenza vis à vis ostacola la ben più grande conoscenza, quella artistica, delle persone. Questo articolo ne è una prova. Inconfutabile. E di questo sono contento. L’aver letto parole così interessanti mi ha particolarmente colpito, non c’è dubbio. Bravo Mr. Breez.

    Capitolo 3. Il commento.
    Non sono un lettore di recensioni e quindi i miei commenti vanno presi senz’altro cum grano salis. Forse una troppa passione per il cinema-Tarantino traspare dall’articolo. Certo, la tua è ammirazione, ma secondo me una maggior oggettività sarebbe per certi versi più frizzante. Inoltre l’incipit descrittivo è sicuramente interessante ma forse un po’ troppo lungo visto che poi lungo l’articolo nessun’altra scena è descritta. Certo, l’articolo è stato esaminato da gente molto più esperta di me, ma ti ripeto che le mie sono osservazioni di un lettore vergine.

    Capitolo 4. La fine.
    Non mi resta che complimentarmi. Non mi resta che leggere gli altri articoli. E non mi resta nulla da aggiungere se non che è bello scoprire la potenza dello schermo. Dietro il quale ti scrivo, dietro il quale leggerai.
    I titoli di coda te li risparmio. Tolgo il cappello e mi addormento.
    A presto, Enrico.


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