Storia di Franck. Ricordando Marco

29 ottobre 2009

C’è l’istantanea di uno sguardo triste. Occhi furtivi che si guardano intorno. Franck Vandenbroucke aveva 34 anni e un talento infinito sopra il sellino della bicicletta. Franck Vandenbroucke ora è morto e non si sa nemmeno con certezza la causa. Forse embolia polmonare. O forse no. Franck era in Senegal, non si sa bene perchè, forse era in vacanza o forse qualcos’altro. Tre persone, tra cui la donna con cui si era accompagnato in albergo, 70 chilometri a sud di Dakar, sono state arrestate e rinviate a giudizio per furto e ricettazione. Giallo su giallo, si potrebbe dire, parafrasando un romanzo sul ciclismo di Gianni Mura. C’è una stanza spoglia d’albergo. E’ spartana, piccola, si potrebbe definire squallida. Assomiglia tremendamente a alla stanza di un residence di Rimini. Ci passo davanti tutte i pomeriggi a quel residence. E ogni volta che ci scorro davanti ripenso alla certezza del talento, alla crudeltà del destino, alla solitudine più scura, all’uomo che si è avvicinato come Icaro alla divinità ed è stato ricacciato indietro grondando sangue. La solitudine reificata in una stanza. E’ una bestia nera, la protagonista assoluta della storia del ciclista Vandenbroucke e di un altro ciclista che ci ha abbandonati, lasciati un po’ più soli su questo pezzo di roccia nell’universo, una sera di San Valentino di cinque anni fa. Marco Pantani con quella brutta bestia ci aveva convissuto per buona parte della vita, ci aveva condiviso successi e sconfitte, altari e tragedie, discese e risalite, picchi vertiginosi e cadute nere come la pece. Non so come chiamarla quella bestia. Il male della vita, la paura di vivere, il fantasma oscuro nella nebbia che ti avvolge quando sei in cima al mondo ed andare più in su è impossibile, e allora puoi solo cadere, giù, in basso, facendoti male al cuore. E non solo. Il fantasma ingannatore del doping e della droga, che attraverso il potere inimmaginabile del tempo e la crudeltà delle persone si trasforma nella condizione peggiore per l’essere umano. La solitudine e la depressione. Mostro vorace da cui non puoi scappare, cumulo di sabbie mobili in cui più ti muovi per uscirne, più ci rimani intrappolato dentro. Vandenbroucke aveva vinto una Liegi-Bastogne-Liegi, corsa mitica, a soli 24 anni, un predestinato assoluto, un talento ammorbante nel ciclismo su strada. Avrebbe continuato a vincere nella sua carriera, ma non tanto quanto il suo talento gli avrebbe permesso. Una testa fragile, un carattere scostante, Franck inciampa nel doping, inglobato nell’inchiesta del famigerato dottor “Mabuse” e viene sospeso per sei mesi. Lì comincia qualcosa di molto brutto, di difficilmente concepibile per la mente umana, ma perfettamente praticabile da quel fantasma nero che ti avviluppa e ti soffoca. Franck cade nel vortice della dipendenza da droghe, minaccia di suicidarsi nel 2005 quando la moglie si separa da lui portando con sé la loro piccola bambina. Franck oscilla per mesi tra la tragedia e la follia. Poi l’apparente ritorno alla normalità, il ritorno alle gare, Eugenio Capodacqua di Repubblica racconta di averlo incontrato ai recenti mondiali di Mendrisio, di averlo visto sorridere, chiacchierare. Ma con quello sguardo triste, quel fantasma che puoi nasconderlo in ogni posto, ma poi riappare, crudele. Lo stesso sguardo di Marco Pantani quel giorno del 1999 a Madonna di Campiglio, il giorno in cui venne fermato, l’inizio della morte di un uomo troppo talentuoso ma troppo fragile, ossa di cristallo in un mondo che ti spezza in due come niente. Franck e Marco quella bestia se li è portati via. Come si è portata via Josè Maria Jimenez nel 2003, e Luis Ocana qualche anno prima. Una bestia che sta portando via troppi talenti fragili di uno sport che non si può non definire maledetto, uno sport che ti chiede il sangue e il sudore, poi ti ridà indietro troppo, come un diavolo che ti tenta in un deserto troppo arido, e infine ti lascia con un pugno di sabbia in mano e l’anima marcia come uno stagno nero. Ogni volta che vado in macchina a Bologna, poco prima del casello di San Lazzaro, in autostrada, butto lo sguardo sulla destra. C’è l’enorme palazzo del Mercatone Uno. Davanti c’è un’enorme palla di vetro. E’ una biglia. Dentro c’è Marco Pantani in sella alla bici, in salita, davanti a tutti, lo sguardo affaticato ma fiero. Marco dentro quella palla di vetro c’è rimasto intrappolato, non ha saputo uscirci. Quella salita, la salita della vita, non è riuscito a finirla. Ucciso dal fantasma più nero che c’è, proprio come Vandenbroucke. Conserviamoli nel nostro cuore con rispetto, non giudichiamoli. Uomini fragili che gli dei hanno premiato e poi punito per essersi troppo avvicinati a loro.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 16 ottobre 2009)

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2 Responses to “Storia di Franck. Ricordando Marco”

  1. Dandi Says:

    per un appassionato non può che far pensare questo articolo, per uno che ricorda il Pirata con grande affetto e che vede quella biglia e i cartelloni alla stazione ferraviaria di Cesenatico, non può che far scendere una piccola lacrima sulla guancia quest’articolo. grazie Marco per le riflessioni di questo articolo.


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