Agassi. Il talento e la dittatura della dedizione

31 ottobre 2009

Qui in forma estesa l’articolo pubblicato ieri sulla Voce di Romagna

Ho sotto gli occhi una foto di Andrè Agassi da piccolo. Avrà 4 o 5 anni, è seduto sulle gambe del padre, di fianco ci sono i suoi fratelli più grandi. In mano regge una Garcia, una racchetta da tennis, la tiene con una perfetta impugnatura da rovescio bimane. Andrè sorride sotto il caschetto di capelli castano chiari. Io ci credevo, Andrè, a quel sorriso. Le indiscrezioni uscite negli scorsi giorni su People Magazine e su Time paiono contraddire quello sguardo felice. Quegli stralci anticipati dalla sua autobiografia Open affermano, come sapete, l’utilizzo di droghe e l’ammissione da parte di Andrè di aver odiato con tutto il cuore il tennis, lo sport che gli ha dato così tanto, e a cui tanto lui ha dato. Vedremo poi se le affermazioni pubblicate saranno confermate dal libro. A volte la stampa ci colpisce con gli eccessi. La constatazione è: predestinazione, talento e dedizione. La storia di Andreino è rappresentativa di queste tre parole. C’è un padre ex-pugile che fa convergere tutte le aspirazioni mancate, tutte le speranze perdute (Mike Agassi è iraniano), tutte le rabbie fraintese su un bimbo dentro una culla. Mike non era diventato nessuno nello sport. La sua esistenza gli pareva irrilevante. Concentra tutte le sue energie su quello scricciolo del figlio. Gli appende una pallina da tennis sopra la culla: tutti coloro che si sarebbero avvicinati alla culla avrebbero dovuto dare un colpo alla pallina facendo muovere la stessa avanti e indietro. Gli occhi di Andrè, gli incredibili occhi di Andrè, l’avrebbero seguita. E non avrebbero mai smesso. Anche fuori dal campo, Andrè ha sempre una racchettina in mano e ogni tanto il padre gli lancia qualcosa. E Andrè colpisce. Avanti così fino all’adolescenza. Lo sfondo è Las Vegas, America che ti mangia e ti sputa via. Poi non ti stupire se odi tuo padre. Mike Agassi dice: “Andrè non era solo il più talentuoso dei suoi fratelli, era anche il più volenteroso, era il più facile da allenare perchè aveva la dedizione necessaria”. Andrè mastica tennis e hamburger per tutta l’infanzia. E’già un fenomeno locale a 8 anni. Si organizzano esibizioni con quel bimbo protagonista. Poi lo sfondo cambia. Dal luccichio di Las Vegas all’umidità dei campi di cemento verde della Florida. Andrè giunge alla corte di Nick Bollettieri, motivatore, allenatore, guru del tennis americano. Costruttore di droidi sportivi, produttore di atleti robotizzati. Nell’accademia dei cyborg-bambini andrè diventa un giocatore incredibile. A 17 anni vince il primo torneo, a 18 entra nella Top Ten Atp. Andrè vive male la vita nell’accademia dei robot. Ne esce trasfigurato, da ribelle. Sembra un personaggio di un libro di Bret Easton Ellis, bohémien, smalto sulle unghie, lunga e folta chioma bionda che gli cade sulle spalle, indossa pantaloncini di jeans, scaldamuscoli viola in vista. Andrè è un ciclone melanconico, annoiato, trasgressivo, sul campo fa e disfa, vince e dissipa, esalta e si fa odiare. Passa attraverso il matrimonio con Brooke Shields (ma è una rockstar o un tennista?), attraversa la crisi, la droga, si ritira, gli cascano i capelli, si rasa, fa un rientro jordaniano, vincente, con la bandana in testa, trionfa a New York con la crapa pelata. Una personalità unica, abrasiva. Trasforma i difetti in doti (con le gambette corte si muove più rapido per il campo, con la testa pelata diventa testimonial di un famoso rasoio), passa da personaggio trasgressivo a tenero e rassicurante maritino e padre di famiglia (sposa la Graf, un robot tedesco, la donna più vincente della storia del tennis). Andrè è il tennis degli ultimi vent’anni, non bello, ma troppo telegenico per non essere il numero Uno della classifica dei broadcast televisivi, si mangia Sampras (più vincente di lui, ma meno attraente) fagocita Becker (troppo stupido) istupidisce i sonnolenti tennisti spagnoli, vive da protagonista l’alba della diarchia Federer-Nadal. Chi, ragazzino, ha cominciato a giocare a tennis all’inizio degli anni ’90, ha cominciato perchè c’era Agassi, non c’è dubbio (l’unica alternativa possibile, in direzione opposta e contraria, era Stefan Edberg, educato nei gesti, scandinavo nell’interiorità, maniloquente nella pettinatura con la riga di lato). L’accentuazione del difetto è il marchio di fabbrica di Agassi, la consapevolezza del limite è il suo stimolo per oltrepassarlo. Andrè travalica il tennis e diventa un personaggio a tuttotondo. Sul campo è il primo attaccante da fondo della storia del gioco, attraverso l’anticipo esasperato dei suoi colpi, l’ansia di colpire la pallina quando ancora è in fase ascendente, esemplifica quell’ansia di vita, quel voler essere in anticipo oltre che sulla palla anche sulle disavventure dell’esistenza, con quel mix di genialità e follia, rigore e dedizione. La meraviglia del talento, l’ossessione della predestinazione. Andrè è andato a pochi centimentri dallo schiantarsi. Però ce l’ha fatta. Ha sterzato. Io quella testa pelata che si inchina al pubblico dopo la vittoria non la dimentico.

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