Diventeremo cercatori d’oro nel Klondike

4 novembre 2009

Ero steso sul divano in una pigra serata è in TV c’era il poker col commento del buon Fabio Caressa. Non mi entusiasma granchè il poker. Poi ho scoperto che negli Stati Uniti alla School of the Art Institute di Chicago c’è un professore che tiene un corso letteratura del poker. Non è la solita buffonata. E’ una materia interdisciplinare. Si analizzano opere di alcuni semiologi e sociologi, persino opere teatrali come American Buffalo di David Mamet e Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams. L’obiettivo è utilizzare le caratteristiche e le peculiarità del gioco (è solo un gioco?) del poker come strumenti per aiutare gli studenti a cercare di comprendere il mondo dall’altrui punto di vista, oppure per stimolare gli allievi di legge ad analizzare il gioco come linguaggio del pensiero e come ambiente di allenamento per sviluppare una dinamica strategica nella risoluzione delle controversie, o ancor più semplicemente per leggere ed intuire le idee degli “avversari” di lavoro. In un interessante articolo del Chronicle Review (www.chronicle.com) James McManus analizza le caratteristiche intrinseche del gioco del poker, e scopre che in quel gioco di carte si combinano i valori puritani (come l’autocontrollo, la diligenza e l’accumulo oculato di risparmi) e quello che può essere chiamato “desiderio del cowboy di diventare ricco velocemente”. Insomma il modo di combattere, di fare affari, di produrre arte e letteratura del popolo americano riecheggia le tattiche e le tecniche dell’animo vero del gioco del poker: un coacervo in cui l’etica del lavoro protestante si mescola con l’urgenza intraprendente di acchiappare la possibilità. In sintesi: tutta la storia americana è intrisa di questa contraddizione giocosa, in questa metafora suggellata dal gioco di carte più famoso al mondo. Dallo sbarco dei padri pellegrini del Mayflower fino alla corsa all’oro nel Klondike, passando per la corsa alla Frontiera simboleggiata dalla mitologia reale del Far West, tutto il percorso degli uomini americani è caratterizzato da questa immensa e feconda contraddizione. E attenzione: non è soltanto una metafora. Studiosi di genetica hanno mostrato che esiste qualcosa di simile anche nel DNA della popolazione americana, che è una popolazione composta completamente da discendenti di immigrati: un marker genetico presente nel corredo cromosomico delle popolazioni migranti che le rende, in determinati ambienti, maggiormente inclini a prendere rischi, a cogliere le chance disponibili. Tendenzialmente, in caso di carestia e calamità varie, una popolazione rimane ferma nel luogo in cui è ubicata. Nel 2% dei casi invece la popolazione decide di andarsene. Ecco, nei cromosomi di quelle persone c’è quel di più, quella capacità di prendere decisioni rapide, di osare un cambiamento. La causa è in alcuni recettori della dopamina ci spiegano gli scienziati . Ma quello che ci interessa è: nel sangue degli americani (e dei migranti in generale) c’è qualcosa di straordinario: la forza di una fuga, una fuga in avanti, coraggiosa, un amore incondizionato per la dittatura della chance, della possibilità, il piacere dell’emozione evocata, dell’incertezza anelata. Insomma: dimenticate Fabio Caressa e il tavolo verde. Erano un pretesto per arrivare sin qui. L’odore che dovete sentire adesso è quello limaccioso del Mississippi, di un battello ebbro che scorre su di esso (e dove magari c’è un casinò galleggiante in cui ci si giocano delle chance). E da lì è un attimo sentire l’aroma di Cormac McCarthy, di Mark Twain, di letteratura americana che è potenza urticante allo stato puro, sapore aspro e limpido per le papille gustative. Dove voglio arrivare? Semplice. Cerchiamo quel frammento di americanità che è dentro di noi. Più schiettamente: cerchiamo con la luce di una lanterna quel pezzetto di cromosoma bastardo, migrante, che c’è dentro le nostre cellule. La bellezza stordente dell’essere umano è lì. E allora diventiamo un po’ cowboy in un paesino sperduto dell’Arizona, trasformiamoci in gold-digger emozionati sul gelo del fiume Yukon, incarniamoci in immigrati che fanno la fila ad Ellis Island. Irlandesi del Massachussets, o pionieri nelle pianure dell’Oklahoma. Proprio come loro, ricerchiamo la bellezza e la verità col baratro spalancato sotto i piedi. Slanciamoci nella corsa della vita, ma con dedizione. Osiamo, ma col sudore che ci imperla la fronte. Sporchiamoci (come cercatori d’oro), imbrattiamoci, macchiamoci le vesti, ma col rigore della ricerca. Esploriamo con quella mancanza di certezze tipiche di chi si getta in luoghi inesplorati, ma con senso critico lungimirante. La dicotomia è palese. E’ il propellente del sogno americano. Da George Washington a Kobe Bryant, da Davy Crockett a Martin Luther King, dal Grand Canyon a Times Square, passando per la fortezza di Alamo. Si può applicare al lavoro, alla scuola, all’amore, all’amicizia, allo sport. Esco dalla metafora americana, e mi assegno un compito per casa universale (fatelo anche voi). Farò tesoro del DNA migrante donatomi dai miei nonni costretti a emigrare dall’Istria. La durezza della montagna mescolata con la carezza del mare, il dolore della partenza unito a un piccolo spazio nel cuore. Cercherò un fiume. Su quella riva limacciosa troverò il mio Mississippi.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 28 ottobre 2009)

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4 Responses to “Diventeremo cercatori d’oro nel Klondike”

  1. il Libanese Says:

    Le ultime righe “le studieranno nei licei”

  2. Madison Says:

    Freddo…speechless.

  3. Giuliano Says:

    “…La durezza della montagna mescolata con la carezza del mare, il dolore della partenza unito a un piccolo spazio nel cuore…” ..dove vi aleggia tanta speranza per trovare l’oro, come nel Klondike, inteso come fiducia per una vita migliore, con un futuro radioso, speranza di non dover mollare mai, per innestare le proprie radici su terreni fertili e non ostili: “cercatori d’oro”!

  4. Giuliano Says:

    Specifico che ho aggiunto quello che mi hai fatto pensare nel finale. Non ho voluto fare, anche se lo potrebbe essere, un ulteriore aggiunta al tuo articolo che è bello così com’è!


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