Giusi mortifica Rino. E noi intanto ascoltiamo Vasco (non quello che pensate voi)

10 novembre 2009

(Qui in forma estesa l’articolo uscito ieri sulla Voce di Romagna)

Giusi Ferreri è la donna della settimana. Ovviamente in negativo. Giusi ammorba il panorama musicale italiano da un paio di annetti ormai. E questo può anche andarci bene. In un attuale panorama commerciale scadente, Giusi si attesta su una più che dignitosa posizione di mediocrità assoluta. Insomma, né infamia, né lode (con una accentuata tendenza alla prima piuttosto che alla seconda). Solo che adesso Giusi (o i suoi produttori, non lo so) l’ha fatta un po’ grossa. La cover di Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, che sentite i questi giorni in radio, è una blasfemia musicale totale, una bestemmia radiofonica che ti fa scoppiare le orecchie. Giusi, queste sono cose che non si fanno. Insomma le cover di Tiziano Ferro o chi cavolo vuoi, puoi farle. Ma Rino Gaetano non ce lo devi toccare. Uno dei più grossi cantautori della storia della musica italiana vilipeso da una trovata commerciale e meramente radiofonica, impacchettato in un suono posticcio, svilito dalla voce di CassierallEsselungaGiusi. Una cosa che non va giù a chi possiede un seppur minimo amore per la musica. Sentirle dire “chi odia i terroni, chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori” mi ha fatto sterzare di soprassalto mentre guidavo con l’autoradio accesa. Rino era uno, anzi Rino è uno (è sempre vivo con le sue parole) che ha detto: “..vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia che ce l’ha con me..”. Uno che lascia il segno. Insomma, certe cose dovrebbero essere vietate per legge. E’ ora di finirla con le cover blasfeme dei capolavori della musica (già Vasco Rossi ci ha un po’ deluso con la cover di Creep dei Radiohead, ma non era nulla in confronto a Giusi che mortifica Rino Gaetano). Se volete consolarvi un po’, offrite un agnello sacrificale alla divinità offesa. Provate ad ascoltare uno che il coltello affilato c’è l’ha nella lingua. Uno che cita il grande Rino consapevolmente, possedendone probabilmente le stigmate vocali e interiori, urlandoti in faccia la rabbia giovane. Non lo scopro certo io. Vasco Brondi, cioè Le Luci della Centrale Elettrica (ha vinto il Premio Tenco come miglior opera prima nel 2008). Nella canzone “Nei garage di Milano Nord” cita (lui sì, a proposito) il cantante calabrese. Vasco Brondi è uno che merita. Mescola una sensibilità alla CCCP con la personalità di liriche che entrano a pieno titolo nel panorama della poesia contemporanea italiana. Un minimalismo strumentale che si unisce a variazioni musicali che accennano ai Radiohead più primitivi e urgenti, una voce sporca che è carta vetrata sul torace applicata agli scenari della provincia “meccanica” di Ferrara, fra la “grande scritta Coop” e le “centrali a turbogas”, tra “produzioni seriali di cieli stellati” e “etilometri ubriachi fradici”, tra “i tuoi capelli come fili scoperti, come nastro isolante” e “ciminiere da invidiare perchè hanno sempre da fumare”. Questi sono un paio di versi che parlano d’amore (non proprio convenzionale) del buon Vasco (stavolta non Rossi). Un pugno nello stomaco, un cazzotto nelle gengive, altro che il “non ti scordar di me” della Ferreri. Eccoli: “Incendiare farfalle meccaniche, le rose lisergiche/i nostri pochi orgasmi/ti ricordi dei combattimenti/fra i cigni finti/delle sere a sbranarsi/delle sere a strafarsi”. Giusi impallidisci al cospetto di ‘stò poeta. Questo è uno che ti fa un male fisico quando lo ascolti. Lui sì, davvero è degno di Rino.

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