Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero?

23 novembre 2009

Ha le fattezze di un torrente nella stagione del disgelo (cit.) il primo libro di Vasco Brondi (che con lo pseudonimo di Le Luci della Centrale Elettrica, ha creato un progetto musicale di rara potenza che lo ha portato al Premio Tenco nel 2008 come migliore opera prima). Si intitola icasticamente Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero (Badini Castoldi Dalai, 123 pagine, 10 €) ed è un’opera fatta di frammenti d’inchiostro, di fuggevoli istantanee di vita, di scaglie esistenziali accuminate come punteruoli arrugginiti. Piccoli capitoli di circa trenta righe ciascuno, ognuno dei quali è un piccolo quadro (Espressionista? Surrealista?), attraverso cui il venticinquenne ferrarese racconta la provincia meccanica di un’ Emilia malinconica, delinea i profili sghembi di una città che è ognicittà del centro-nord italiano, enumera disordinatamente quegli istanti di vita che sono propri di ogni ventenne che ha vissuto gli anni zero, o chiamateli anni 2000, come volete voi. Sì, Vasco, dalla realtà che descrivi in maniera lurida sei riuscito ad estrarre quel pochino di pietra grezza e vergine, un piccolo spaccato esistenziale che non è rabbia cieca ma consapevolezza della desolazione. Sei sporco come la tua scrittura ma mi hai ficcato in gola due o tre immagini talmente nitide che mi paiono un’ostia pura e bianca che mi fa andare di traverso la vita. Ok, ti preferisco quando canti, quando “avviti”canzoni urlando, quando spiattelli le tue parole nude e crude da sopra una chitarra scarburata. Però nel libro ho trovato frammenti di vera autenticità, (in mezzo ad ad altri episodi meno riusciti) schizzati giù in una prosa poetica (o forse è una poesia prosastica). Tutti i clichè della condizione dei giovani d’oggi (che brutto inizio di frase) sono esplicitati partendo dal particolare, prendendo spunto dall’intimità, dai momenti apparentemente insignificanti (le poche volte che Brondi parte dall’alto, dal generale mi convince un po’ di meno, vedi quando accenna alla scuola Diaz o al Vaticano). Solo partendo dall’infinitamente piccolo e povero si può universalizzare un’istanza, un’urgenza reale. E allora ci sono “schermi dei computer che hanno la febbre” c’è la precarietà lavorativa che ti azzanna come un cane affamato (“troveremo altri lavori e vincerà quello meno pagato, ma mi batti perchè lavori gratis” o “avevi ragione tu, non ti riassumeranno più, bombe a grappolo dai cieli con dentro il tuo curriculum inverosimile”). Siamo (noi ‘ggiovani) forse “tirocinanti, stagisti apprendisti e scrittori di brutti racconti, su un regionale con i finestrini bloccati e l’aria condizionata rotta”? Cazzo, Vasco, mi hai scardinato il torace quando hai riprodotto sulla pagina quell’odore di treno regionale, che può essere un Bologna-Ferrara o un Bologna-Riccione, non fa differenza, quando hai suggerito quei paesaggi da pianura padana, quei cieli di piombo che si vivono solo quando si è pendolari da università, e quell’ansia di “rovistare tra i futuri più probabili, desiderando solo futuri inverosimili”. Io quella sensazione riesco a provarla solo su un sedile (mai troppo pulito) di un treno italiano e non capisco se è l’afrore dei freni, la ninnananna cullante delle rotaie, o gli occhi che si muovono a scatti a osservare le case fatiscenti o i murales luridi e colorati che precedono Bologna Centrale. A qualcuno Brondi ricorda Tondelli, a altri Genna, a me sembra un Rino Gaetano padano, mi rammenta il primo Vasco Rossi, quello urgente e rabbioso di Siamo solo noi, di Valium, solo meno ironico, più colto, più cristallino. Forse che per raccontare o cantare (è la stessa identica cosa) l’autenticità bisogna accartocciarsi giovani come lattine d’aranciata, spappolarsi a tutta velocità in macchina (proprio come Gaetano) offrendo il proprio corpo mutilato come estremo gesto, come ultimo verso poetico alla ricerca dell’assoluto? Con l’unica alternativa di finire come l’altro Vasco (Rossi), cioè invecchiare dando la propria musica in pasto ai produttori pubblicitari (un idolo non dovrebbe invecchiare, ma io lo perdono). Oppure c’è una terza via, la via di un cantore che è un monaco straccione, un asceta che respira “nuvole ipocaloriche”, che osserva “arcobaleni daltonici (…) tra marciapiedi di quartieri industriali”, che per raccontare “un’umanità atterrata sull’ortica” deve rotolarsi lui per primo in quell’ortica. Vasco Brondi ci evita quella “lavanda gastrica di ottimismo” e ci ustiona come si è ustionato lui. E in vuoto cosmico trova forse una speranza in quel sentimento che è l’amore (c’è una figura femminile che si ripropone lungo tutto il libro). Un amore non stilizzato o ridotto a ridicolo sentimentalismo. Ma una percezione integrale, fondante. “I tuoi capelli come fili scoperti, come nastro isolante”, e “farò rifare l’asfalto per quando tornerai”. Qualcuno con cui andare a nuotare dove affondano le petroliere.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 18 novembre 2009)

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