Quel profeta di Monty Brogan

14 dicembre 2009

In un’ipotetica ed ucronica commistione tra realtà e finzione, oggi Montgomery Brogan uscirebbe di prigione. Sette anni di galera, 2500 notti rinchiuso nel carcere di Otisville, stato di New York, Stati Uniti d’America. Montgomery Brogan (chiamatelo Monty) è il protagonista de La Venticinquesima Ora, voi conoscete il film (peraltro bello) di Spike Lee (2002), forse non conoscete il libro omonimo (del 2000, Neri Pozza editore) a cui è ispirato, autore tale David Benioff (ha pubblicato racconti su GQ, poi si è dato alla sceneggiature cinematografiche scrivendo il soggetto per Troy e Wolverine, non esattamente capolavori, La Venticinquesima Ora è nettamente il suo lavoro più riuscito). Il mondo in cui ci conficchiamo oggi è quell’ibrido tra il libro e il film (di cui Benioff ha curato la sceneggiatura), quell’unicum che si è creato dalla compenetrazione tra la forma visiva e quella letteraria. Leggetevi il libro (tanto il film l’avete già visto): la maniloquenza del film di Spike Lee verrà stemperata dal tono colloquiale e piano del piccolo tomo, la faccia del protagonista assumerà le fattezze e i lineamenti di Edward Norton (lui non interpreta Monty Brogan, lui è Monty Brogan). In due parole la trama: Monty è uno spacciatore, Monty viene beccato, Monty viene condannato a sette anni di galera. Tutto questo è descritto nell’opera attraverso flashback. Quello che osserviamo per così dire “live” sono le ultime 24 ore di libertà del protagonista. Un’intera giornata al suo fianco, in una New York gelida (nel film reduce dall’11 settembre, mentre nel libro inquieta, quasi fosse in attesa della tragedia delle Torri Gemelle, avete capito bene, c’è uno scarto temporale tra carta e pellicola, Spike Lee omaggia una citta ferita), una descrizione dolente e amara degli ultimi momenti di libertà di un uomo, l’utilizzo del tempo presente nella narrazione, un tempo eterno, come se la giornata fosse destinata a non finire mai. Ecco un’opera che descrive una sensazione che è l’esatto contrario dell’attesa (evento peraltro raro), una serie di istanti concatenati e non misurabili, 24 ore che nella testa di Monty diventano una piccola vita, per non parlare della venticinquesima di ora, ma quella arriva alla fine. Il libro di Benioff è qualcosa che si avvicina molto a quella che chiamiamo una profezia. Numero uno: il personaggio di Slattery, fraterno amico di Brogan (amico “di sangue”, se avete letto o visto il finale dell’opera) è un broker in pieno boom di Wall Street. A un certo punto afferma: “Se Charlie Manson avesse mostrato fiuto nella gestione di titoli e obbligazioni, ogni finanziaria di Wall Street avrebbe cercato di accaparrarselo lusingandolo con offerte da capogiro”. Eccovi serviti, i casi Tyco e Worldcom sono lì vicini ad accadere, le speculazioni immobiliari che provocheranno la crisi economica sono già in atto in quel momento. Numero due: nella celebre scena in cui Monty, nel bagno di un locale, spiattella il suo monologo in cui manda a quel paese tutti gli abitanti di New York, suddividendoli per etnie o tipologie (“in culo ai russi mafiosi di Brighton Beach, ai portoricani 20 in una macchina, agli italiani di Bensonhurst con la brillantina sui capelli, ai finocchi di Chelsea coi bicipiti gonfiati…”), Monty si augura che “gli arabi mettano una bomba in questa città riducendola in macerie, che le acque si sollevino su questa topaia pazzesca”. Insomma, nella sua rabbia, Monty prevede l’11 settembre, e l’uragano Katrina (che colpisce New Orleans, ok, ma colpisce comunque l’entità Stati Uniti nel suo insieme, mettendola autenticamente in ginocchio). C’è un intero decennio di devastazioni racchiuso in un libretto (che non è un capolavoro, lo diciamo) di 215 pagine. Il decennio del sangue, della fine delle certezze, si apre con La Venticinquesima Ora (l’edizione americana fuoriesce nel 2000 spaccato, quella italiana, per caso, in quel maledetto settembre 2001), in cui ci imbattiamo probabilmente nel personaggio più interessante, e anche più rappresentativo degli ultimi dieci anni. Monty Brogan è un leader, ha la grazia naturale di un semidio, compie miracoli senza rendersene conto, e una sorta di Mercurio umanizzato, che di mestiere fa lo spacciatore (a contatto con la mafia russa). Monty non si accontenta, continua a spacciare, e lo beccano, Monty è la tracotanza punita, l’ybris della mitologia greca, colui che oltrepassa la misura, sfrenato, insensato. Nel suo rabbioso monologo del bagno dopo avere enumerato tutte le categorie newyorkesi, i suoi amici, forse il mondo intero, in una rassegna ben poco politically correct (come ci piace quando si riesce a fuoriuscire dal solito conformismo buonista) riesce a mandare a farsi fottere persino Gesù Cristo (“a lui è andata bene, un pomeriggio in croce, un weekend all’inferno, poi l’allelluia di una folla di angeli”) bestemmiandolo, sfidandolo ungarettianamente (leggete La Pietà, poi mi dite), dubitandone. Quant’è tremendamente e platealmente uomo, Monty, incredibilmente umano, ma anche angelo caduto, riesce a rappresentare un’intera umanità ferita, sanguinante. E ovviamente alla fine Monty se la prende con se stesso (“in culo a te Monty Brogan, avevi tutto e lo hai buttato”), si carica sulle spalle gli errori, le conseguenze delle sue azioni. E’ duro, Monty, è aspro, newyorkesissimo (vorremmo essere tutti newyorkesi), tagliente come il vento che spazza le avenue vicino a Battery Park: Monty espierà le proprie colpe? Qui c’è il senso ultimo dell’opera. Eccola qui la famigerata venticinquesima ora: è qualcosa che non esiste, ma che abbiamo vissuto tutti nel nostro piccolo. Monty viene accompagnato dal padre verso il carcere. A un certo punto si presenta un incrocio: “Dì una sola parola, Monty, e io giro a sinistra, prendo il George Washington Bridge” dice suo padre. Monty può fuggire nel midwest, farsi una vita, eliminerà ogni contatto con chiunque aveva fatto parte della sua vita. Sono quattro pagine sognanti, ininterrotte, che raccontano un’intera esistenza altrove. L’ultima riga lascia un immenso scorcio aperto: sono passati quarant’anni e Monty è il nonno che dice ai suoi nipoti: “Tutti voi c’è mancato poco che non foste mai esistiti. Tanto così, e questa vita non sarebbe mai esistita”. La chiusura lascia la sospensione. Realtà, o l’immaginazione di un attimo, la creazione di una vita diversa nella mente (è successo a tutti qualche volta, far viaggiare la mente, cosa succederebbe adesso se sterzassi, se facessi questo). Qualcosa che succede solo nei sogni, la realtà è dura come il carcere di Otisville. Monty, oggi esci. Ti veniamo a prendere fuori dal carcere. Tutti insieme.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 28 novembre 2009)

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One Response to “Quel profeta di Monty Brogan”

  1. Dandi Says:

    grande Marco, bellissimo pezzo.
    la venticinquesima ora capita a tutti di viverla davanti a ogni bivio che la vita ti mette davanti: quando scegli la città dove andare a studiare, quando decidi se accettare o meno quel lavoro che ti è stato proposto, o anche perchè no, scegliendo un libro che ti può far cambiare attraverso le sue pagine.
    leggendo Flashfoward mi sono ritrovato a ragionare sull’esistenza del libero arbitrio: l’autore infatti attraverso le visioni dei vari personaggi e gli eventi che poi si andranno a realizzare nella vita reale intende porre il lettore davanti questo quesito; intende metterlo di fronte l’interrogativo che ti fa pensare se quello che stai vivendo lo stai scegliendo te o meno.
    quindi amico, questa venticinquesima ora può essere che noi la possiamo scegliere o è solo un frutto poetico della nostra fantasia!?


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