James è tornato

3 febbraio 2010

E’ uscito ieri Il sangue è randagio del maestro James Ellroy. Questo libro chiude la feroce Trilogia dell’Underworld Americano. Ripeschiamo dal dimenticatoio questo pezzo di qualche mese fa in cui si parla dei primi due capitoli della Saga Americana.

C’è uno scrittore che se lo leggi ti cambia la vita. Uno
che quando giri pagina senti sulle labbra sapore di sabbia e hamburger.
Uno che ti sveglia con un calcio in faccia (no, non è il generale crudele
di Full Metal Jacket). James Ellroy è la crudezza inusitata che si fa scrittore.
Non bastavano i suoi gialli di inizio carriera, già poco convenzionali.
In quelle opere paradigmatiche di fine anni ’80 (tra cui Black Dahlia e
L.A. Confidential), Ellroy segue e allo stesso tempo radicalizza le lezioni
della scuola americana di Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Prende,
sculaccia e mette sulla piastra elettrica tutti gli elementi (di per sé
già rivoluzionari) della letteratura hard-boiled. Magnati pedofili, poliziotti
malati, gente che seziona e impaglia le donne. Sono anni ’50 terribilmente
duri quelli descritti dallo scrittore californiano. Che però raggiunge
l’apice della propria scrittura nell’epico racconto dell’underworld americano,
nella trilogia che si completerà solo tra qualche mese in Italia e in questi
giorni negli Stati Uniti. American Tabloid è stato il primo capitolo della
cruda epopea e si chiudeva con l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.
Sei pezzi da mille è stato il secondo atto della Grande Tragedia Della
Storia Americana. E’ un atto feroce, epico, spietato. Dalla morte di JFK
a quelle di suo fratello Bob e di Martin Luther King. Si inizia con la
morte e si termina con la medesima. Ellroy ha definito la sua opera alla
stregua di un “gattonare in una cloaca”, uno strisciare nella fogna oscena,
negli angoli più reconditi e oscuri della storia degli Stati Uniti, la
Nazione per eccellenza. Una nazione fondata sulla “pietra angolare del
razzismo, della schiavitù delle popolazioni indigene, della demenza religiosa”
(come dice l’autore stesso). Se il primo capitolo della storia recava ancora
con sè i residui vestigiali della crime-novel Ellroyana classica (se di
classicismo si può parlare con un autore che rifiuta qualsiasi cosa che
sia diversa dalla propria penna e il proprio inchiostro), Sei pezzi da
mille esplode come una granata zeppa di schegge vetrose contundenti in
faccia al lettore. Se il contenuto della storia è nudo e crudo, è realtà
che entra nell’intreccio, Storia (sì, con la S maiuscola) che transuntanzia
in sangue e carne, allora il registro linguistico è lama affilata, rasoio
penetrante al servizio del contenuto stesso. Significante che si fa significato,
anzi che lo rafforza, che inzuppa le mani lorde di sangue nel ventre osceno
dell’America e ne tira fuori l’orrore più nero. Stile declarativo diretto,
telegrafico, frasi brevi, staccato style, densità di termini gergali americani,
invettive razziste, elementi ebraici, francesi e spagnoli, old american
slang. É profanazione creativa, eroina vernacolare, benzedrina grammaticale.
Non esistono nell’opera proposizioni subordinate. Solo proposizioni principali
raccordate unicamente dal punto, full stop di forza radicale. Oppure dallo
slash, elemento quasi figurativo che scansiona temporalmente i gesti, suddivide
le frasi in fotogrammi quasi filmici, muta in pellicola impressionabile
le bianche pagine. E’ la forma che si fa contenuto, rappresentazione espressiva
stessa della violenza agli occhi dei tre protagonisti dell’opera. Un esempio
sfolgorante nel prologo: “Gran parte dei negozi aveva chiuso in anticipo.
Le bandiere dello Stato erano a mezz’asta. Alcuni avevano issato quelle
della Confederazione. Moore si mise al volante. Moore aveva un piano: passiamo
dall’albergo/ti sistemiamo/troviamo quel baluba. JFK – morto. La cotta
di sua moglie. La fissazione della sua matrigna. JFK faceva bagnare Janice.
Lei l’aveva detto a Wayne Senior. Janice aveva pagato. Janice aveva zoppicato.
Janice aveva ostentato i lividi sulle cosce.” Ellroy non scrive. Ellroy
ruggisce. Ellroy strofina le parole come M-16. Ellroy strofina le parole
come bazooka. Porta guanti di gomma. Passa una spazzola d’acciaio. Passa
soda caustica sulle proposizioni. Divora i periodi in un bunker saturo
di scoregge e polvere da sparo. Se fosse un film (impossibile trasporre
davvero l’immensa materia in un’unica pellicola, forse si farà una serie
TV di alto livello) sarebbe reso nello stile di Sin City. Ellroy ha una
scrittura che si avvicina molto allo stile della graphic-novel e del fumetto
all’americana di Frank Miller o di Bob Kane. Pare di vederle le vignette
deformate, i nasi squarciati, le orecchie mozzate, i personaggi come caricature
allucinanti (“Bob gridò. Bob vomitò. Bob schizzò wurstel e fagioli.” Sentite
l’impatto grafico delle frasi, quasi dei versi, sembra di osservare tre
disegni in sequenza sulla tavola ). Caratterizzazioni larger-than-life,
personalità abnormi, di impatto gigantesco. La violenza grafica per eccellenza
(“Ecco Dong. Sta scappando. Tran lo rincorre. Tran lo prende per i capelli.
Tran lo fa cadere a terra. Tran ha un pugnale. Tran agita al vento la sua
testa”). Ellroy orchestra un intreccio che è un prisma narrativo che filtra
e direziona la luce (forse dovremmo dire il buio) in direzioni sghembe,
multipolari, tendenti asintoticamente all’asse orizzontale della Storia.
Un asse che viene sfiorato e carezzato eroticamente solo a tratti. L’esistenza
dei tre protagonisti, dal punto di vista dei quali osserviamo gli eventi,
ruota vorticosamente attorno alla storiografia completandola nei suoi buchi,
tappezzandola nei suoi vuoti più macabri ( la riproduzione di documenti
burn after reading, i tabulati di intercettazioni telefoniche, le rassegne
stampe reali dell’epoca). Wayne Teadrow Jr è un giovane poliziotto onesto
e corrotto al tempo stesso, che si trova immerso negli eventi storici suo
malgrado (non del tutto casualmente), ed è mosso unicamente dall’odio.
Ward Littel è un ex federale, avvocato, che si trova a gestire i proventi
della mafia di Las Vegas. Pete Bondurant è un mercenario al soldo di Howard
Hughes, coinvolto nella causa cubana. Le vite dei tre entrano come fili
negli eventi della storia americana e non ci è dato capire dove la realtà
storica finisca e la fiction cominci. Navighiamo, al loro fianco, nel limes
brumoso, nel territorio di confine tra ufficialità storiografica e ucronia.
I fili si intersecano, si uniscono, convergono parallelamente in una galassia
di “spezzaossa della Storia” in quella che Ellroy battezza icasticamente
“The Life”, la Vita, ovvero la “connessione tra esuli cubani rinnegati,
teste calde destrorse, tizi del KKK, poliziotti corrotti, cabarettisti
da quattro soldi, agenti dello spionaggio”. I rivoli narrativi fuoriescono
e rientrano tra movimenti che gli apparati deviati (deviati davvero?) dell’FBI
effettuano per screditare il movimento dei diritti civili e lo stesso Martin
Luther King, la guerra nel Vietnam che è un girone dell’inferno in terra,
il sorgere potente del potere dei Mobs, scremature e malversazioni operate
dalla mafia a Las Vegas (la nascita di una città, imprenditoria edilizia
allo stato puro), l’ascesa straordinaria si Bob Kennedy (che in un flash-forward
antistorico definiremmo a tratti obamiano) e la sua tragica morte, la situazione
Cubana (“Cuba è sabbie mobili/Cuba è carta moschicida/Cuba è colla”), Sonny
Liston che si appresta a sfidare Cassius Clay aizzando la folla (“Andate
in chiesa. Usate preservativi Sheik. Guardatemi fare il mazzo a Cassius
Clay. Guardatemi prenderlo a calci in culo fino alla Mecca”). Se ci si
allontana verso l’alto, si osserva la multiforme trama e si può osservare
il senso del tutto, come comprendere cerchi nel grano che da vicino paiono
incomprensibili. E si intravede un “tutto coesivo in cui eventi reali e
immaginari sono stati co-optati” (parole di Ellroy), una visione coerente
al dinamismo morale e psicologico del corso della storia degli Stati Uniti.
Per la prima volta, forse, è racchiuso in un romanzo (in una trilogia)
l’intero coacervo di tumulti sociali degli anni ’60 americani (qualcosa
che ci riguarda tutti), incapsulati in una contiguità narrativa enciclopedica.
Il risultato finale sciocca, sconvolge, sgomenta, smuove l’animo, terrorizza
e ossessiona.“Ritengo che tutte queste sensazioni, al livello più complesso,
includano e formino l’entertainment, lo spettacolo, il divertimento”. Dice
l’autore. Il tutto converge sull’elemento chiave della poetica Ellroyana
che è racchiuso nella parola “divert”: che significa deviare, stornare,
distrarre e allo stesso tempo divertire, divertirsi criticamente. Ellroy
non svela al lettore quello che di vero o fittizio c’è in quella zona di
confine tra realtà e finzione. Ellroy stimola. Suggerisce, suggestiona,
pone domande. Che a volte sono trabocchetti. E ci fa annegare nel mare
della sua letteratura.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 2 Ottobre 2009)

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