Boris. E la Tv in chiaro non la guardi più

9 aprile 2010

Vedi Boris, e poi la televisione non la guardi più. Ok, il binomio (o è un monomio?) Raiset era già stato ampiamente estromesso dalle rotazioni dei pollici sul telecomando (rigorosamente satellitare) di chi un po’ di sale in zucca ancora ce l’aveva. La televisione cosiddetta free è finita. Per tanti motivi. Uno di questi è sicuramente il fatto che Boris su Rai e Mediaset non ci metterà piede. Mai. La motivazione è quasi ontologica. Il telefilm italiano trasmesso su FX (bouquet di Sky, dopo il restyling il miglior canale della TV satellitare italiana) giunto alla terza serie, è lo specchio osceno in cui si riflette, attraverso lo strumento della satira, la fiction italiana. Per chi non lo sapesse Boris è ambientato sul set di una fiction televisiva del nostro paese (nelle prime due serie una simil- telenovela in ambito medico Gli Occhi del Cuore, nella terza un più moderno e anglofono Medical Dimension). E’ il miglior prodotto televisivo creato negli ultimi 5 anni nel nostro paese. Boris è fantastico perchè scorretto fin dal primo vagito, ironico e graffiante fin dai primi passi, una fiction nella fiction, caustica, straniamento elevato al quadrato, presa in giro maiuscola del nostro paese. Dove i disabili son più carogne degli abili (come devo chiamarli?), dove alla richiesta dell’attrice di poter effettuare la raccolta differenziata sul set si risponde “Mi sono informato, purtroppo per un provvedimento circoscrizionale è vietato, sa, siamo in Italia”, dove il capo-reparto dei tecnici di scena sfrutta il ragazzo del sud come schiavo (“era bello averti come schiavo, meridionale, magro, con quegli occhiali, un pezzente della Basilicata”). C’è il delegato di rete, impersonato da un fantastico Antonio Catania, subdolo, calcolatore (“Ecco le nuove direttive che arrivano dai piani alti, dobbiamo conquistare la fascia d’ascolto rappresentata dagli AA, abbronzati e abbienti”). C’è un Pietro Sermonti incredibile nel ruolo del divo Stanis, imbarazzante e ridicolo. (“Mi aiuterai a piacere ai ricchi?”). Il regista è interpretato da un bravissimo Francesco Pannofino (conoscete la sua voce, doppia egregiamente George Clooney e Denzel Washington, ma anche il Grissom di C.S.I), sull’orlo di una crisi di nervi. E poi si profetizzano reality assurdi (La casa senza cesso è una perla assoluta, neanche tanto assurda visto il GF di quest’anno), crossover inaspettati con la realtà (l’Hotel Veronica, offerto dalla produzione della concorrenza, una Caterina Guzzanti, assistente di scena, che fa parte dei giovani del PDL, ed esiste un sindacato chiamato Sceneggiatura Democratica). E poi c’è un ritmo irresistibile, un po’ americano, ma non troppo, ospiti diversi ad ogni puntata (Laura Morante e Filippo Timi, un cameo divertentissimo del regista Paolo Sorrentino). Quanto basta per far scomparire in un buco nero la TV generalista (per quel che mi riguarda non ha più motivo d’esistere).

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 27 marzo 2010)

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