Intorno a “Rush”

3 ottobre 2013

Nuvole tumide sul circuito del Fuji gonfiano il cielo plumbeo, esattamente uguale a quello di una domenica pomeriggio riccionese di fine settembre: il volto sfigurato di Niki Lauda si stampa come una sindone impregnata di olio da motore sulla pellicola cinematografica, il rombo dei motori da Formula Uno esplode nelle casse, i pistoni cominciano a muoversi all’impazzata dentro inquadrature che penetrano lo stomaco meccanico delle monoposto da corsa. L’austriaco si ferma, il fiero avversario britannico James Hunt rischia il tutto per tutto e agguanta con la sua McLaren il titolo mondiale all’ultimo giro. È Rush il film di Ron Howard, proiettato dentro il Cinepalace di Riccione. Stereotipato, vagamente retorico, luccicante nella fotografia hollywoodiana, descrive l’epopea (molto rock’n roll) della Formula Uno degli anni ’70, una sorta di medioevo crudo e violento con i tubi di scappamento e l’odore di benzina al posto dei cavalli e delle armature. Dall’inferno verde del Nurburgring ai rettilinei rombanti di Monza. Istintivo, voracemente dedito alla velocità, Hunt – dimenticando gli eccessi patinati e bozzettistici del lungometraggio – ricorda nell’anima il contegno folle e vibratile di Renzo Pasolini, il fantastico centauro riminese morto tragicamente in corsa proprio a Monza nel 1973 (3 anni prima della gara raccontata nel film). Motori emiliano-romagnoli, bagliori di luce e benzina che si disperdono sopra l’Adriatico: la Romagna vive e sogna a due ruote, da Imola in su invece tutti respirano Formula Uno e monoposto. Ma cosa si nasconde dentro l’anima del centauro (o del pilota, non fa differenza) che sfida in gara a colpi di gas, una curva, un rettilineo? Forse la volontà di fermare il tempo, oltrepassandolo in staccata. O di sconfiggere la morte, incontrandola nel culmine della giovinezza, al massimo delle possibilità, all’apice dell’esistenza. Secondo James Hunt i piloti sono i cavalieri moderni, che sfidano la morte senza timore alcuno. Secondo Pasolini, in una intervista Rai dell’epoca, “quando è ora di morire, si muore”. Indomito e fatalista, col sorriso timido stampato sulle labbra, a tutto gas sul rettilineo della vita.

Pubblicato sulla Voce di Romagna il 1 ottobre 2013

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