Dopo un viaggio a piedi di oltre mille miglia, una banda di avventurieri messicani si raduna vicino a un piccolo fiume per stabilirvi un insediamento: El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de Los Angeles de Porchiuncula. Poi si chiamerà solo El Pueblo. Il nome definitivo l’avete già capito: Los Angeles, la città degli angeli e delle stelle (costruita su un cimitero di elefanti). Da quel giorno del 1781 ad oggi il tempo è passato in un soffio, e dove c’erano i baffuti coloni messicani adesso c’è Kobe Bryant con i suoi Lakers che riazzanna il titolo NBA, intorno a lui il consueto cast di star in libera uscita, la collina hollywoodiana e una città sterminata (nel senso di infinita) che piega l’immaginario collettivo, insomma ci siete stati tutti anche se non ci avete mai messo piede.
Una striscia di terreno sottile, la Los Angeles County Strip, una terra amena e collinosa, con al centro una strada sterrata, l’embrione di Sunset Boulevard (più che una strada, quasi una condizione di vita) è l’inizio degli anni ’20, siamo in pieno proibizionismo, si crea un vuoto giurisdizionale su questo strano lembo terrestre, qualcuno comincia a costruirci edifici commerciali ed eleganti alberghi, contemporaneamente un signore chiamato Cecil B. De Mille decide che a Los Angeles c’è la luce giusta, il clima perfetto, quella è la città del cinema. Clima mite – sembra una stringa di Mediterraneo innestata su una faglia sismica in bocca all’Oceano Pacifico -, edilizia a buon mercato, le compagnie americane vi si trasferiscono in blocco dalla East Coast.
Nasce il mito. Ripercorso in Hollywood: istruzioni per l’uso, curato da Andrè Balasz, edito qualche anno fa per Bompiani, libro fotografico di lusso (tra gli altri, foto di: Helmut Newton, Julian Schnabel, Annie Leibovitz, Spike Jonze) con brani di autori importanti (qualche brandello di Faulkner, ad esempio). Concepito anche e forse come uno spottone per lo Chateau Marmont, lo stranoto albergo all’8221 di Sunset Boulevard (sì, quello dell’ultimo film di Sofia Coppola), una sorta di Overlook Hotel un po’ più luccicante (la parola non è casuale) piazzato però nel centro del mondo – qui ci muore John Belushi, ci alloggiano spesso Roman Polanski e Sharon Tate, James Dean e Dennis Hopper ne fanno di tutti i colori durante le riprese di Gioventù bruciata, insomma un luogo pieno di fantasmi, è la location del dimenticabile film a episodi Four Rooms (quello col frammento di Tarantino, 21 minuti, una suite imperiale, un dito mozzato, Tim Roth e Bruce Willis un po’ sopra le righe e ben 193 fuck) – ed è bellissimo, ti ruba l’anima. Nel libro c’è un brano in cui Jay McInerney (l’autore di Le mille luci di New York) racconta il suo smarrimento nei corridoi del meraviglioso hotel, lo stupore nell’osservare da una suite “i magnifici giardini pensili di Babilonia” (dalla mezzaluna fertile ad una stella fertile). “Un posto in cui ci si sente troppo vestiti in cravatta e nudi senza una sigaretta”. Bene, bello lo Chateau Marmont (ci stava anche Howard Hughes), ma è meglio respirare l’aria della Los Angeles dura e trafficata, volare tra Beverly Hills e Santa Monica fino a Manhattan Beach, e scoprire che qui si è ondeggiato per decenni tra Messico e Stati Uniti, fino al 1847, anno in cui viene firmato il trattato di capitolazione e sulle terre angelene baciate dal sole può finalmente sventolare la bandiera col “California Bear” impresso. La scoperta dei giacimenti d’oro nel nord californiano sposta parecchi equilibri anche qui, e la ferrovia non tarda ad arrivare. Nel 1883 il proibizionista Harvey Wilcox giunge dal Kansas
e acquista 120 acri di terra su cui costruire una nuova proprietà. La moglie Daeida decide di chiamarla Hollywood (copiando il nome dalla simpatica vicina), cioè “bosco d’agrifoglio”, solo che l’agrifoglio nella California meridionale non cresce. La signora desiste dalle manie di giardinaggio, il nome rimane e permane nei secoli dei secoli (quelli che verranno), su quel terreno, nei vostri sogni, ci avete passeggiato un bel po’. Gli elementi naturali scandiscono l’inerzia del tempo a Los Angeles: 250mila anni fa branchi di mammut preistorici ci pascolavano allegramente (i fossili li han trovati in mezzo alle colline in pieno boom edilizio) – esistono su questo pianeta luoghi predestinati ad accogliere la vita ed al contempo stravolgerla -, il petrolio viene trovato nel 1892, e allora viene trivellato ogni angolo della città. Il 1913 è l’anno dell’acqua, William Mulholland (una strada pazzesca prende il nome da lui, un film onirico ne consacra il cemento) progetta l’acquedotto del fiume Owens che devia il flusso proveniente dalla Sierra, rendendo disponibile la fornitura regolare del liquido che dà la vita. La definitiva ascesa al paradiso incomincia in quel momento, l’elusivo e proibito Eden in terra è quello (anche se gli indiani Cahuanhas l’avevano già capito da un pezzo, piazzarono i loro villaggi sulle colline “da cui si partono i monti e dove si è ben protetti dai venti del nord” dal diario di bordo dell’antico cronista Cabrillo), la Storia (del Cinema e non solo) può cambiare. Una collina con 9 lettere appoggiate sopra (prima erano 13) è lì a simboleggiare il mito. Hollywood. Di lì in avanti i segreti son pochi, leggete un libro di Ellroy, guardate un film di Lynch (Mulholland Drive, ve ne accennavamo sopra), sbirciate Il Grande Lebowski, o semplicemente aprite gli occhi. Un paio di chicche che trovate solo nel libro suddetto: i Premi Oscar visti da Harold Brodkey, giornalista e scrittore, definito dal sommo critico Harold Bloom “un Proust americano, un Wordsworth che chiacchiera con Geena Davis, un uomo per cui l’essenza della vitaè una questione di S&M, Seduzione e Minaccia. E poi un racconto brevissimo di William Faulkner, Terra Dorata, in cui il supremo scrittore (che scrive tante sceneggiature – pare 24 – per Hollywood, mai riconosciute) si confronta con l’immagine metafisica della città, una storiella familiare hollywoodiana in piena regola, segata in due dalla sua consueta visione, penetrante e squarciante).
“Un posto splendente con la coscienza sporca” disse Orson Welles, inferno e paradiso al tempo stesso, Los Angeles, città di angeli troppo spesso caduti, “città succosa/ tragica e pietosa./ Cuccetta, usa e getta, e genio/ Mischiati a sorpresa…/ sgargiante e tremenda/ assurda e stupenda”. Lo cantavano nel musical Star Night at the Cocoanut Grove, correva l’anno 1935. Provate ad andarci. La città è pronta a mangiarvi.

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Ero steso sul divano in una pigra serata è in TV c’era il poker col commento del buon Fabio Caressa. Non mi entusiasma granchè il poker. Poi ho scoperto che negli Stati Uniti alla School of the Art Institute di Chicago c’è un professore che tiene un corso letteratura del poker. Non è la solita buffonata. E’ una materia interdisciplinare. Si analizzano opere di alcuni semiologi e sociologi, persino opere teatrali come American Buffalo di David Mamet e Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams. L’obiettivo è utilizzare le caratteristiche e le peculiarità del gioco (è solo un gioco?) del poker come strumenti per aiutare gli studenti a cercare di comprendere il mondo dall’altrui punto di vista, oppure per stimolare gli allievi di legge ad analizzare il gioco come linguaggio del pensiero e come ambiente di allenamento per sviluppare una dinamica strategica nella risoluzione delle controversie, o ancor più semplicemente per leggere ed intuire le idee degli “avversari” di lavoro. In un interessante articolo del Chronicle Review (www.chronicle.com) James McManus analizza le caratteristiche intrinseche del gioco del poker, e scopre che in quel gioco di carte si combinano i valori puritani (come l’autocontrollo, la diligenza e l’accumulo oculato di risparmi) e quello che può essere chiamato “desiderio del cowboy di diventare ricco velocemente”. Insomma il modo di combattere, di fare affari, di produrre arte e letteratura del popolo americano riecheggia le tattiche e le tecniche dell’animo vero del gioco del poker: un coacervo in cui l’etica del lavoro protestante si mescola con l’urgenza intraprendente di acchiappare la possibilità. In sintesi: tutta la storia americana è intrisa di questa contraddizione giocosa, in questa metafora suggellata dal gioco di carte più famoso al mondo. Dallo sbarco dei padri pellegrini del Mayflower fino alla corsa all’oro nel Klondike, passando per la corsa alla Frontiera simboleggiata dalla mitologia reale del Far West, tutto il percorso degli uomini americani è caratterizzato da questa immensa e feconda contraddizione. E attenzione: non è soltanto una metafora. Studiosi di genetica hanno mostrato che esiste qualcosa di simile anche nel DNA della popolazione americana, che è una popolazione composta completamente da discendenti di immigrati: un marker genetico presente nel corredo cromosomico delle popolazioni migranti che le rende, in determinati ambienti, maggiormente inclini a prendere rischi, a cogliere le chance disponibili. Tendenzialmente, in caso di carestia e calamità varie, una popolazione rimane ferma nel luogo in cui è ubicata. Nel 2% dei casi invece la popolazione decide di andarsene. Ecco, nei cromosomi di quelle persone c’è quel di più, quella capacità di prendere decisioni rapide, di osare un cambiamento. La causa è in alcuni recettori della dopamina ci spiegano gli scienziati . Ma quello che ci interessa è: nel sangue degli americani (e dei migranti in generale) c’è qualcosa di straordinario: la forza di una fuga, una fuga in avanti, coraggiosa, un amore incondizionato per la dittatura della chance, della possibilità, il piacere dell’emozione evocata, dell’incertezza anelata. Insomma: dimenticate Fabio Caressa e il tavolo verde. Erano un pretesto per arrivare sin qui. L’odore che dovete sentire adesso è quello limaccioso del Mississippi, di un battello ebbro che scorre su di esso (e dove magari c’è un casinò galleggiante in cui ci si giocano delle chance). E da lì è un attimo sentire l’aroma di Cormac McCarthy, di Mark Twain, di letteratura americana che è potenza urticante allo stato puro, sapore aspro e limpido per le papille gustative. Dove voglio arrivare? Semplice. Cerchiamo quel frammento di americanità che è dentro di noi. Più schiettamente: cerchiamo con la luce di una lanterna quel pezzetto di cromosoma bastardo, migrante, che c’è dentro le nostre cellule. La bellezza stordente dell’essere umano è lì. E allora diventiamo un po’ cowboy in un paesino sperduto dell’Arizona, trasformiamoci in gold-digger emozionati sul gelo del fiume Yukon, incarniamoci in immigrati che fanno la fila ad Ellis Island. Irlandesi del Massachussets, o pionieri nelle pianure dell’Oklahoma. Proprio come loro, ricerchiamo la bellezza e la verità col baratro spalancato sotto i piedi. Slanciamoci nella corsa della vita, ma con dedizione. Osiamo, ma col sudore che ci imperla la fronte. Sporchiamoci (come cercatori d’oro), imbrattiamoci, macchiamoci le vesti, ma col rigore della ricerca. Esploriamo con quella mancanza di certezze tipiche di chi si getta in luoghi inesplorati, ma con senso critico lungimirante. La dicotomia è palese. E’ il propellente del sogno americano. Da George Washington a Kobe Bryant, da Davy Crockett a Martin Luther King, dal Grand Canyon a Times Square, passando per la fortezza di Alamo. Si può applicare al lavoro, alla scuola, all’amore, all’amicizia, allo sport. Esco dalla metafora americana, e mi assegno un compito per casa universale (fatelo anche voi). Farò tesoro del DNA migrante donatomi dai miei nonni costretti a emigrare dall’Istria. La durezza della montagna mescolata con la carezza del mare, il dolore della partenza unito a un piccolo spazio nel cuore. Cercherò un fiume. Su quella riva limacciosa troverò il mio Mississippi.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 28 ottobre 2009)

Io mi sarebbe piaciuto essere ventenne negli anni Novanta. Lo dico così, sgrammaticato. E’ stato il tormentone di una serata al Velvet. Da pelle d’oca. Piccola guida non esaustiva. Dedicata a chi ieri sera al Velvet c’era. E anche a chi non c’era (non sa cosa si è perso). Gli anni Novanta sono il naturale prosieguo degli Ottanta, nella superficialità e nel dominio assoluto dei media (in particolare la TV). Internet sta nascendo in qualche università californiana (cambierà irrimediabilmente le nostre vite), il personal computer comincia a diventare un accessorio presente nelle nostre case. Tutto comincia a digitalizzarsi, a smaterializzarsi (solo nei 2000 avverrà completamente). La cultura del wellness comincia a farsi strada nel modo di vivere delle persone (qualcosa del genere era già cominciato ad accadere nel decennio precedente). Le top model diventano star assolute, modelli di vita da idolatrare e (cosa impossibile) da imitare. Claudia Schiffer, Naomi Campbell e le riviste di moda spopolano. La pubblicità diventa il motore trascinante della TV, gli spot diventano piccoli film, grandi registi vengono chiamati a dirigerli. Probabilmente è l’unico decennio spensierato della storia dell’uomo. La Guerra Fredda è terminata con la caduta del Muro, la paura del terrorismo riesploderà un pomeriggio di settembre del 2001. In mezzo dodici anni di tenera bambagia interrotta da una lontana guerra del Golfo, l’AIDS che ci spaventava in un terrificante spot televisivo (una ragazza con gli occhi bianchi, io ero bambino, non capivo), la rilassatezza dell’amministrazione Clinton (a pensarci adesso sembrano passati milioni di anni). Musicalmente è un decennio attraversato dalle morti di Freddie Mercury (l’AIDS esiste davvero) e di Kurt Cobain (l’esplosione del proiettile uscito da quel fucile nella sua bocca è il bagliore più forte e simbolico di quel decennio). Il grunge ne dominerà la prima metà (solo i Pearl Jam sopravviveranno, che Dio li benedica), il brit pop monopolizzerà la seconda: il dualismo Blur/Oasis (Damon Albarn contro i fratelli Gallagher, è tutto finito) dominerà le classifiche, ma il capolavoro del decennio ce lo regaleranno i Verve. Il loro Urban Hymns (1998) chiude gli anni Novanta con una lettera maiuscola assordante .Se non l’avete, andatevelo a prendere in un negozio di dischi (se non sono già falliti). I Take That le Spice Girls e i Backstreet Boys ammorberanno quel che resterà del panorama musicale (ieri sera alla festa anni Novanta al Velvet abbiamo cantato tutti e tremila I Want It That Way a squarciagola, non me lo sarei mai aspettato, la conoscevamo tutti a memoria, ci è venuta la pelle d’oca a tutti senza che ce ne rendessimo conto, insomma io li odiavo ma loro mi hanno plasmato). Il cinema sarà contraddizione allo stato puro. Da una parte Jurassic Park e Indipendence Day (chi era bambino sognava ad occhi aperti all’uscita del cinema, e non solo), dall’altra Schindler’s List e Philadelphia. Due anime che possono conciliarsi solo nel Decennio Della Serenità. Dieci anni in cui si incomincia a cliccare, a navigare non più solo in acqua, in cui la sera si guarda assieme Beverly Hills 90210, Friends, Baywatch e Willy il principe di Bel-Air e si indossano inguardabili e sgargianti maglioni, e variopinte camicie extralarge. Quando desideravamo uscire in locali chiamati Peach Pete o Central Perk. Quand’eravamo tutti sereni, o pensavamo si esserlo. Invece l’innocenza la stavamo già perdendo. Ce ne saremmo accorti presto. Io l’ho capito ieri sera ascoltando Mmm Bop degli Hanson, pensa un po’! Io mi sarebbe piaciuto essere ventenne negli anni Novanta.

Siamo tutti figli di Briatore

27 settembre 2009

Ciao Ciccio! Vedo una sua foto e non riesco a distinguere il vero Flavio Briatore dall’imitazione di Panariello. Flavio è un po’ imbolsito, forse invecchiato. Dietro gli onnipresenti occhiali scuri ti accorgi che l’occhio si è un po’ spento. A Flavio gli stan facendo un mazzo così. Max “SadoMaso” Mosley non lo amava tanto. Adesso gli sta affondando un pugnale nelle carni morbide. Flavio, in un’intervista qualche anno fa, aveva detto “nel nostro mondo non c’è affetto, al massimo ho due o tre amici, non ho tempo”. Ecco, era vero. Flavio è l’unico che (per adesso) paga col sangue per il Crashgate Renault di Singapore 2008. Frode sportiva, radiazione dal sistema, non potrà più nemmeno fare il manager dei piloti. Symonds, Nelsinho Piquet e gli altri sono pulito come bambini per il sistema di giustizia interno della FIA, ridicolo e controllabile a piacimento da Mister SadoMaso. Ok. Povero Flavio. Rimane il fatto che ha truffato, Flavio. E non basta citare il versetto del vangelo secondo Moggi secondo il quale non esiste frode senza la correità, il”maestra non son stato solo io, c’erano anche loro”. Flavio ha barato. Tra l’altro giocando col fuoco di lamiere che viaggiano ai 300 all’ora. Flavio non è mai stato un santo. Lo capisci già dall’atteggiamento da bounty-killer, dal tono della voce deciso. Nel cuneese negli anni ’70, dopo essere stato un dimenticabile piazzista di polizze assicurative, Flavio aveva rilevato l’azienda Paramatti Vernici da Michele Sindona (cominciamo bene). Poi il suo socio salta in aria insieme alla sua macchina e a una bomba collegata all’accensione. La verità non si scoprirà mai. Piccole ombre. Che si infittiscono. Il buon Flavio viene condannato per bancarotta fraudolenta prima (per il fallimento di Paramatti Vernici) e per truffa poi, attraverso l’aggancio di clienti facoltosi da spennare (di mezzo c’era anche quel sant’uomo di Emilio Fede, assolto per insufficienza di prove). Scapperà abilmente nelle Cayman. Non sconterà un solo giorno di galera (ovvio!). Conoscerà Luciano Benetton. Comincerà la sua fortuna, prima con le catene di franchising Benetton, poi con la Formula Uno. A Cuneo lo chiamavano “il Tribula” uno che si sbatte, si arrabbia, si arrabatta, uno spaccone che non è stupido, un bifolco di campagna che giura che un giorno lo metterà in quel posto a tutti. E lo fa davvero. Flavio è il self made man, quello che si fa da solo, con le buone, ma anche con le cattive, col sudore della fronte, ma anche con scorciatoie pericolose e molto italiane (me ne vengono in mente tanti come lui). Flavio è stato il modello estetico ed anche etico (purtroppo) di una certa Italia di questi primi anni 2000. Geniale ignorante, attraente bifolco, asciuga all’essenziale il brocardo filosofico “non bisogna presumere che esistano più cose del necessario”. Infatti l’unica cosa che è necessaria diventa il denaro. Nello stretto pragmatismo piemontese, nella patinata e billionaresca grettezza briatoriana, Flavio è il simbolo di quello che si è fatto un culo così e ce l’ ha fatta, uno che “non so esattamente quanto soldi guadagno, credimi, non me ne occupo io, sono ricco, è vero, ma non vedo cosa ci sia di male”. Dentro questa frase c’è tutto, c’è la Costa Smeralda, c’è lo yacht di settanta metri, ci sono i 5 cellulari che vibrano ogni sei secondi, c’è il menefottismo di tutto, anche dell’accento piemontese mai ripulito, c’è il manager carenato e metallizzato dallo stile di gestione dinamico e innovativo (il concetto di “tribula” rivisto e corretto in maniera più glitter, più holliwoodiana). E ci sono le babbucce firmate, la moglie Elisabetta Gregoraci (trent’anni in meno di lui) l’ex Heidi Klum, l’ex-bis Naomi Campbell (il potere per l’uomo va di pari passo con la conquista della donna, naturalmente bella e giovane, come ogni accessorio che si rispetti), “non leggo un libro dalla terza superiore, non ho tempo, devo lavorare”, c’è Londra, Montecarlo, Singapore, porto Cervo poi via di nuovo. “La vita è una sola e non sai mai quando ti tocca morire”. L’ha detto Flavio. Che ha vissuto un’esistenza da carpe diem sulla sua propria pelle. Fino alle estreme conseguenze. Non so come finirà questa storia. Se sarà solo lui a pagare. Male che vada tra qualche anno lo vedremo insegnare etica d’impresa da qualche parte (se Pairetto insegna etica agli arbitri e Moggi pontifica nelle trasmissioni televisive che lo invitano, tra un “hai proprio ragione Luciano” e un “grazie Luciano”). La rimozione mentale è uno degli sport più praticati in Italia. Io so solo che, volenti o nolenti, siamo tutti figli di Briatore. Gliene diciamo di tutti i colori, ma vorremmo tutti essere come lui. E’ l’italiano per eccellenza. Furbo, piacione, brillante, tiratardi, lavoratore. Flavio è tutti noi. Non fategli troppo male.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 settembre 2009)

Wikipedia

17 settembre 2009

Se volete saperne di più a proposito di un argomento, di qualcosa che ha stuzzicato la vostra curiosità, cosa fate? Andate a pigliare la vecchia enciclopedia appartenente ai vostri padri, o fate un salto sul portatile e andate a consultare Wikipedia? Probabilmente sceglierete la seconda opzione. E se avete meno di 25 anni non contemplerete neanche per un attimo la prima scelta. Forse non sapete neanche cosa sono quei tomi in cima all’ultimo scaffale in sala, il termine enciclopedia l’avete studiato a scuola, una cosa antica. Wikipedia domina il mondo della conoscenza attuale. Se sei un giornalista, e vuoi saperne di più su un argomento di cui vuoi scrivere, la consulterai di certo. Gli accademici si arrabbieranno, i professori un po’ più anziani vi rimprovereranno. Voi andrete lo stesso su Wikipedia. Che è la Bibbia mondana del sapere moderno, l’atlante superficiale dell’onniscienza. La democratizzazione del sapere che si concretizza. Coi suoi pro e contro, ovviamente. Sapete come funziona? Semplice. Fai un clic sul computer, consulti la voce da te scelta e se pensi di saperne qualcosa di più puoi modificarla. La modifica sarà istantanea, momentaneamente incensurabile. Come aprire l’enciclopedia cartacea di Diderot e D’Alembert (gli autori della prima vera enciclopedia), prendere la penna, tirare una riga sulla voce, e scriverci qualcosa in più o correggerla. E quello che hai scritto varrà per tutti, comparirà sulle pagine di tutti. E questo varrà anche per chi verrà dopo di te. La voce potrà essere modificata infinite volte da un infinito numero di utenti. Democrazia totale, diretta, anzi direttissima. Gli eventuali errori (volontari o no) verranno poi scoperti e dal popolo di Wikipedia stesso, che automaticamente, li correggerà, in un flusso correttivo secondo il quale se un numero x di utenti consulta una determinata voce quella viene corretta dalla collaborazione tra gli utenti stessi, dal momento che qualcuno, tra quelli, riconoscerà l’errore. Dati sufficienti occhi, tutti gli errori sono superficiali, è un assioma discutibile, ma pare che sia efficace. E’ la conoscenza che parte dal popolo, dal volgo, che proviene dalla periferia, è un sistema decentrato in cui la spinta parte dal lato (anzi da infiniti lati puntiformi), attraverso la collaborazione inconsapevole degli utenti/autori (per la prima volta chi consulta allo stesso tempo può contribuire alla formazione del sapere stesso). E’ anarchia gnoseologica, autodisciplina allo stato puro (tuttavia esistono degli amministratori che controllano le voci più controverse e più soggette a modifiche, ma questa è l’eccezione che conferma la regola). Da una prospettiva quasi filosofica viene da chiedersi: ma una cosa è vera se proviene da una fonte il cui curriculum sia autorevole (enciclopedia classica) oppure se proviene da una fonte esaminata da centinaia di migliaia di persone (con capacità di commentare) e sia sopravvissuta? Insomma la Verità (forse la maiuscola è eccessiva) proviene dall’alto, dal sapiente, dall’assoluto potremmo dire, o proviene dal basso, dalla sommatoria di tante mediocrità, da infiniti e reciproci feedback tra infimi mortali? La risposta non potrà nascondere le convinzioni filosofiche o religiose dell’interrogato. Wikipedia ovviamente è l’estrinsecazione della seconda opzione, della repubblica semi(in)controllata del sapere, della comune della scienza, dove il primo che capita o si alza la mattina può dire quello che vuole e, almeno per pochi secondi, quello che ha detto è Verbo, Verità. Questo è chiaramente il rischio e il lato negativo dell’intero sistema. Ma la somma degli utenti andrà a produrre qualcosa che alla verità si avvicina, il lavoro collaborativo a formare un processo evolutivo, una sorta di darwinismo sociale in cui la selezione naturale (operata dagli utenti) definirà, scolpirà a piccoli colpi di scalpello la verità più verosimile. Probabilmente non la verità assoluta, bensì un anelito, una tensione asintotica verso essa. Quindi non certo un sapere approfondito, che scava nella profondità (per quello è ancora necessaria una vera enciclopedia), bensì un sapere che scivola in superficie, prodotto in maniera anti-elitaria, utile per qualche informazione grossolana ma, si spera, certa. Le fonti utilizzate per questo articolo son state prese proprio da Wikipedia.
Potreste far bene a dubitare di quello che avete letto.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 9 Settembre 2009)

Jasmine Fiore era una modella di costumi da bagno ed ex coniglietta di Playboy. Jasmine si era sposata (a Las Vegas) con tale Ryan Alexander (divorzieranno poco dopo). Ryan qualche volta la picchiava. Piccolo particolare: Jasmine aveva un enorme seno rifatto e un viso che, a 28 anni, lasciava poco spazio alla naturalezza e molto al botulino. Uso l’imperfetto perchè Jasmine è stata trovata da un barbone, pochi giorni fa, dentro una valigia a Los Angeles. Gambe segate, dita strappate, lineamenti sfigurati (ci voleva poco), denti strappati ad uno ad uno. Ah, non è Seven questo. E’ successo davvero. Un cadavere irriconoscibile. Se non fosse per una peculiarità molto attuale. Jasmine Fiore è stata riconosciuta grazie al numero di serie delle sue protesi al seno. Come se quello che le è intimamente rimasto sia solo quello. La sua anima nel numero di serie, il suo dato di riconoscimento ultimo, estremo, nell’artificialità più assoluta. Un aereo che riconosci dalla scatola nera, un’automobile definita dal numero di telaio. Forse Jasmine ogni tanto faceva la revisione, ogni tanto le rilasciavano il tagliando. Jasmine è la rappresentazione di questa che è l’epoca dell’esteriorità, del posticcio, del rifatto, dell’accessorio che diviene il necessario, dell’artificiale che diventa elemento fondante della persona. Fine della storia: l’ex marito Ryan viene trovato morto in un motel del Canada. E’ lui che ha ucciso Jasmine.
Diecimila chilometri più ad est, a Riccione, giovedì scorso si è tenuto un concorso di bellezza molto particolare: Miss Rifatta. Ha vinto una 44enne che si è distinta per un ampio bagaglio di ritocchi estetici, valutati da una giuria di esperti (non si sa di cosa, forse di geometria). La vincitrice ha dichiarato tra le sue passioni esserci la decorazione e il bricolage. Forse il bricolage di se stessa. La decorazione dei suoi lineamenti. Un concorso che premia chi è costruita meglio, chi è artificialmente e algidamente più perfetta. Non so se mi fa più orrore questo o la storia di Jasmine. E c’è un filo rosso ad unire le due storie che fa venire un freddo cane. Ok, là c’è il sangue, qui solo il silicone, là l’orrore, qui solo il ludibrio. Solo in tutti e due i casi, c’è un venire all’esistenza, un vivere e un andarsene che sono dominate dall’esteriorità, dal costruito, da quello che è altro da sé. E’ la superficie a dominare.
All’interno al massimo c’è un numero di serie.

(Pubblicato ieri sulla Voce di Romagna)

Ho guardato il calendario e ho letto Agosto 2009. Non me ero reso conto. Gli anni 2000 stanno finendo. Dall’anno prossimo cominciano gli anni dieci. L’altra sera sentivo Raf che cantava Cosa resterà di questi anni 80 e ho pensato a cosa resterà di questi 2000. Che son stati gli anni del ridimensionamento, della fine del sogno. Che in Romagna sicuramente son stati anni di riflusso, di calo delle presenze dopo il pazzesco boom degli anni 80 e 90. Discoteche che erano punti di riferimento a livello nazionale (anche politico) come Paradiso e Pascià non esistono più. Le altre hanno incontrato l’inevitabile declino. Milano Marittima è diventato il punto di riferimento del divertimento, ma non è nulla al confronto di quello che son state Riccione e in parte Rimini in quegli incredibili decenni. Il tutto simboleggiato dalla discesa del divertimento dalla collina alla spiaggia, una discesa che è esemplificativa di questo decennio per la Riviera. Guardandosi intorno, a livello di costume e società, è stato il decennio dell’esplosione di internet, della quasi totale scomparsa del Compact-disc a favore dell’invisibile, del file scaricato dalla rete, di una progressiva dematerializzazione delle cose. Il decennio dell’Ipod, sempre più piccolo, inevitabilmente nelle orecchie di qualunque giovane o meno giovane in giro per le strade, segno a volte di una incomunicabilità celata. La tecnologia ha cominciato a dominare le nostre esistenze, persino troppo: il navigatore satellitare ne è la punta dell’iceberg. Troppe volte ci ha condotti nel punto sbagliato. Tra poco ce ne serviremo per andare al bagno. La televisione si è involgarita, i reality-show hanno dominato il panorama nazionale e non. Per diventare famosi ora non è più necessario saper far qualcosa. Basta esserci, al momento giusto, nel posto giusto, magari al Billionaire. Imbarbarimento che è una caratteristica anche nel mondo delle automobili: il Suv, la jeep da città, il Cayenne per intenderci, è stato il mezzo automobilistico del decennio, il simbolo dell’esteriorità, della fisicità, pleonasmo allo stato puro (tutti, almeno una volta, abbiamo rischiato di essere investiti da una mamma alla guida di un Suv all’uscita di una scuola o di un supermercato). Come a dire:”più grosso sei, meglio è”. E se sei maleducato è anche meglio. A livello sociologico il personaggio del decennio è Fabrizio Corona: figo, donnaiolo, relativamente ignorante, non esattamente educato, con un senso della legalità piuttosto deficitario. Ma questo è stato anche un decennio di mutamento, imbarbarimento inteso in senso lato e non necessariamente negativo, nel senso di cambiamento, mescolanza. L’immigrazione ha incominciato a divenire un fenomeno molto forte nel nostro paese. Il meticciato, l’incrocio di culture, è diventato elemento centrale nel dibattito quotidiano. La paura ha ricominciato a fare capolinea nelle nostre vite (il decennio si è aperto con gli attentati dell’Undici Settembre 2001 e si sta concludendo con la più terrificante crisi economica della storia). La paura del diverso è divenuta lo spauracchio principale (non a caso le estreme destre europee hanno ottenuto risultati incredibili alle ultime elezioni europee). Le certezze sono crollate come le due torri a Manhattan. Tutto è divenuto meno assoluto, meno perpendicolare, meno ortogonale, più difficilmente definibile. C’è una metafora interessante a questo riguardo che è anche una speranza. In questo decennio sono state costruite migliaia di rotonde in tutta Italia, a scapito dei vecchi incroci a semafori. Come a simboleggiare la necessità di accostarsi alla diversità senza angoli acuti, senza movimenti bruschi o imposti dall’esterno. La rotonda è sfumatura, simbolo di qualcosa che non combacia perfettamente,ma in cui si cerca l’adattamento. E’ anche simbolo di autodisciplina (non ci sono semafori), di fiducia riposta (speriamo) nell’altro, di tacito dialogo. Penso che la rotonda sia il simbolo di quello che questo decennio sarebbe potuto essere. O di quello che ci auguriamo sarà il prossimo.
Il meticciato ha dominato nella scena mondiale con l’elezione di Barack Obama, il mezzosangue per eccellenza, e anche nel mondo della musica pop con Beyonce (americana mezzosangue dai lunghi capelli biondi, tinti ovviamente) che è il personaggio musicale del decennio, almeno da un punto di vista commerciale. La canzone più bella del decennio ce l’ha regalata un’altra meticcia, newyorkese questa volta. E’ Alicia Keys (un quarto di sangue italiano, un quarto irlandese, la restante metà giamaicana). La sua If I Ain’t Got You è la colonna sonora del decennio. Dentro c’è l’R’nB’, il soul, un pianoforte da pelle d’oca . Poi c’è la voce di Alicia e c’è la bravura, c’è la bellezza, c’è l’armonia e bastan due strofe, e Fabrizio Corona e tutte le brutture degli anni 2000 te le sei già dimenticate. Per i prossimi dieci anni mi auguro meno paura e più fiducia, meno distinzioni fatte con l’accetta e più attenzione a cogliere le sfumature, meno risse verbali e più capacità di ascoltare l’altro. Per il decennio che è appena passato mi basta pensare alla voce di Alicia. Ed ecco che tutto è più bello.

(Pubblicato ieri su Piacere, Romagna)