Rieccoli, i Novanta

16 ottobre 2010

L’antefatto è breve e sfuggente, come un’epifania: ci sono duemila ragazzi, forse di più, c’è un club riminese, le casse sparano in breve sequenza Come Mai degli 883 e I Want It That Way dei Backstreet Boys, apparente eresia a raccontarla così su due piedi, eppure i duemila (forse di più) si guardano negli occhi, sorridono, cantano a squarciagola – i ragazzi, cantano insieme, come nei sabati sera ordinari non avevano mai fatto. L’evento si chiama Retropolis, il luogo è il Velvet (www.velvet.it), il meridiano e il parallelo flirtano e si incrociano su Rimini, quella era una notte del 2009, stasera si replica, ma non è mai la stessa cosa. Prendete Inception e trapiantatelo nel mondo dei ricordi, pigliate un po’ di musica saldata a qualche immagine del decennio caldo dell’innocenza, ribaltate i piani temporali, invertite l’inerzia del tempo: questa sera ritornano i Novanta, e ci mancavano parecchio. Come a dire: Trainspotting e Pulp Fiction, Spice Girls e All Saints, Gullit e Van Basten, Beverly Hills e Melrose Place, ci aggiungiamo il Karaoke e Mai Dire Gol al suo apogeo, Alberto Tomba e Pauli Accola su una pista nera ghiacciata. Il revival come non si era mai visto, anche perchè non trattasi di reinvenzione del medesimo, bensì di recupero ponderato (con tanta anima) della decade del sogno. Che porta in esergo il trapasso generazionale (per molti di noi) dalla fanciullezza alla consapevolezza del mondo. Come dice l’amico Lappa “stasera bagarre a volontà, ma con ricerca, provocazione dal gusto post-retrò reinterpretata dallo stesso pubblico a modo suo. Attenzione maniacale e conoscenza enciclopedica del periodo (’80 e ’90 e anche Vintage, nelle tre declinazioni possibili): questo ha reso il Retropolis il principale evento di clubbing retrò del panorama italiano”. Capovolgendo la prospettiva: stasera esci, fai a cazzotti con Liam Gallagher – e non ti preoccupare perchè poi arriva rapido in soccorso Damon Albarn dei Blur a darti una mano – prendi qualche spallata da Richard Ashcroft dei Verve, saluti la barba sfatta di Kurt Cobain, scambi due battute (e basta) con Ewan McGregor, flirti amabilmente con Brenda di Beverly Hills, bevi uno shortino con Geri Halliwell da una parte e Chris Cornell dall’altra. Ovvero, seduta psicanalitica di gruppo con squarcio luminoso sul decennio più sereno, pop e trash della storia. Il Muro è caduto, Osama Bin Laden è ancora un pastore annidato sui monti dell’Afghanistan, Bill Clinton amministra la nazione più grande del mondo e il suo problema più grande è una stagista ventiduenne, i Radiohead spaccano il mondo con Ok Computer, i Verve ci fanno ribaltare sulla sedia con Urban Hymns, noi bimbi dell’anno domini 1993 accorriamo al cinema e sogniamo con Jurassic Park (voi bimbe ci rispondete quattro anni più tardi con Titanic), mentre Roby Baggio l’anno successivo redistribuisce l’entropia del pianeta in un mondiale di calcio americano che sancisce la vittoria della sconfitta, il trionfo del gesto supremo, atrocemente bello e inutile. Noi indossiamo tutti camicie sgargianti e fantastichiamo di uscire in locali che si chiamano Peach Pete e Central Perk. E la domenica tutti all’Aquafan. Guardate il riflesso nel vetro, se avevate 14 anni nel ’98, avete comprato Left Of The Middle di Natalie Imbruglia e vi eravate innamorati della ragazzotta australiana che nel video di Torn limonava con quell’odioso bellimbusto. Tornando a stasera: la formula è la solita, si apre con un misto tra Matricole e Meteore (alle undici e mezza si esibiscono live gli Alcazar, sì quelli di Crying At The Discoteque) poi a mezzanotte e mezza “Back In The 90’s”, il deejay-set che inneggia alla mescolanza musicale totale, una selezione accuratissima di quel decennio. Desideri, volutamente sghembi, per la serata: Born Slippy degli Underworld obbligatoria, My Hero dei Foo Fighters (non la metterete mai), Nella Notte degli 883, poi vabbeh Narcotic dei Liquido chettelodico a fare, Mmm Bop degli Hanson, le sigle di Friends o di Baywatch, su maxischermo che staremo tutti a guardare col naso all’insù – ragazza diciannovenne, se poi ti innamori mentre scorre Mmm mmm mmm dei Crash Test Dummies non dire che non te l’avevo detto.
I ricordi che bordeggiano gli argini del tempo, poi straripano, dilagano, inondano l’aria bollente circostante, la reificazione del flashback che taglia come una lama i pensieri, contano solo il Qui e l’Ora, non il Perchè, migliaia di camerette che si incrociano ed uniscono in una sera, chiamali ricordi o se vuoi emozioni o semplicemente la smagliatura della realtà – il bisturi conficcato nello spazio-tempo fiocina e ribalta la pelle ai minuti. Guarda, ci sei te bambino dentro.

(Pubblicato oggi sulla Voce di Romagna)

Lo chiamano Machete

29 luglio 2010

Licantrope naziste in giarrettiera con professore pazzo e Nicholas Cage as Fu Manchu annessi. Case stregate con fantasmi e mostri di ogni risma. Un assassino seriale con rivedibile feticismo per il tacchino del Giorno del Ringraziamento. E poi lui. L’idea dei “fake-trailer” nasce dalle menti malate (e inevitabilmente superiori) della coppia Rodriguez-Tarantino. Il contenitore in questione era il double-feature vintage Grindhouse (correva l’anno 2007), operazione nostalgica di rifacimento dei b-movies anni ’70: malino al botteghino, in Italia tagliato in due – Death Proof per Quentin (bene ma non benissimo, valeva la pena per Kurt Russel serial-killer e per i piedi di Rosario Dawson), Planet Terror per Robert (carino, bene Bruce Willis spappolato e Rose McGowan con un kalashnikov al posto della gamba). In mezzo, nella versione americana, quattro finti trailer piazzati lì come un cioccolatino dopo pranzo in inverno, in perfetta tradizione “explotation”: pellicola sgranata, distonie ad hoc, finte sigle, sapori squallidi, pubblicità di un osceno take-away tex-mex. Ecco, Werewolf Women of the SS era un titolo di bellezza rara, ma il cuore parteggiava inevitabilmente per lui: “Conosce le regole del gioco, ammalia le donne, uccide i cattivi, lo chiamano Machete” e Danny Trejo salta sulla moto con un un bazooka enorme montato sopra, lanciando coltelli con la lama di 40 centimetri. Il paradiso del tamarro (e del teen-ager, alternativamente). “Action, thrill, kill”, come recita il teaser dal sapore retrò. Ogni tanto ci vuole.
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Ecco Machete è l’espansione del suddetto fake trailer, insomma uno spin-off al cinema. Flashback. Ci sono George Clooney e Quentin Tarantino che sono fratelli, rapiscono una famigliola americana in camper e per sbaglio si imbattono in un locale al confine col Messico costruito su un antico tempio azteco. Pieno di vampiri. Seguono dissanguamenti e macelli vari. Dal tramonto all’alba era stato il film preferito dai teenager nella stagione 1996/97, Rodriguez dirigeva l’opera con ragionata follia. Ci si ricorda 4 cose di quel film: la colonna sonora meravigliosa (ZZ Top, Steve Ray Vaughan), George Clooney tatuato fino al collo che inclina la pistola, Salma Hayek-Satanico Pandemonium che balla con un boa enorme sulle spalle e Danny Trejo che fa il barman del Titty Twister (il locale maledetto) che si trasforma in vampiro. Ecco la faccia segnata come una pista di rally dell’attore feticcio di Rodriguez torna nel ruolo del protagonista assoluto di Machete, mexplotation ad alto budget che esce in America il 3 settembre, per la regia di Robert Rodriguez, con lo zampino di Quentin Tarantino, ma che soprattutto sarà presentato in anteprima mondiale al Lido di Venezia come film di Mezzanotte nella serata d’apertura della 67 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica il primo settembre. Piccolo particolare: Tarantino è il presidente della giuria, e quindi dal 1 all’11 settembre il Lido sarà praticamente di sua proprietà. Divertimento veneziano in arrivo per Robert e Quentin. I due sono come gli adolescenti che che si incontrano il pomeriggio e sghignazzano rumorosamente guardando boiate su YouTube: si divertono parecchio, meglio se lavorando insieme. Quelle che chiami le certezze della vita.
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Machete è un ex agente federale messicano tradito dall’organizzazione che lo ha assoldato per uccidere un senatore americano. Con l’aiuto di suo fratello, un prete alquanto atipico, l’uomo pianifica ed esegue una sanguinosa vendetta, eccetera, eccetera. Tutto molto bello, direbbe Bruno Pizzul, però ancora non vi abbiamo sfagiolato il cast di Machete. Che può interessare abbastanza. Ok, Danny Trejo è Machete. Poi. Cameo del buon Steven Seagal che è un signore della droga, si prende a schiaffoni con Machete all’inizio. Michelle Rodriguez è Shè, “a sexy-taco truck lady” tipo una camionista gnocca, con lo spirito ribelle e il cuore da rivoluzionaria. Occhio adesso: Robert De Niro (avete capito bene, c’è anche Bob) nel ruolo del senatore. Jessica “Ti voglio bene” Alba nel ruolo di Sartana (citazione da spaghetti western), un’agente dell’ufficio immigrazione (solo carina) combattuta tra far rispettare la legge o fare ciò che è giusto (un po’ Antigone, un po’ Uma Thurman), Lindsay Lohan as The Sister, lo dico in inglese perchè suona meglio “a nun with a gun”, una suora con la rivoltella. Poi c’è anche un Don Johnson agente sul confine, brizzolato e con cappellone da cowboy d’ordinanza. Diciamo che poteva andare peggio. Signori, al Lido ci divertiamo.
(Pubblicato oggi su La Voce di Romagna)

Vedi Boris, e poi la televisione non la guardi più. Ok, il binomio (o è un monomio?) Raiset era già stato ampiamente estromesso dalle rotazioni dei pollici sul telecomando (rigorosamente satellitare) di chi un po’ di sale in zucca ancora ce l’aveva. La televisione cosiddetta free è finita. Per tanti motivi. Uno di questi è sicuramente il fatto che Boris su Rai e Mediaset non ci metterà piede. Mai. La motivazione è quasi ontologica. Il telefilm italiano trasmesso su FX (bouquet di Sky, dopo il restyling il miglior canale della TV satellitare italiana) giunto alla terza serie, è lo specchio osceno in cui si riflette, attraverso lo strumento della satira, la fiction italiana. Per chi non lo sapesse Boris è ambientato sul set di una fiction televisiva del nostro paese (nelle prime due serie una simil- telenovela in ambito medico Gli Occhi del Cuore, nella terza un più moderno e anglofono Medical Dimension). E’ il miglior prodotto televisivo creato negli ultimi 5 anni nel nostro paese. Boris è fantastico perchè scorretto fin dal primo vagito, ironico e graffiante fin dai primi passi, una fiction nella fiction, caustica, straniamento elevato al quadrato, presa in giro maiuscola del nostro paese. Dove i disabili son più carogne degli abili (come devo chiamarli?), dove alla richiesta dell’attrice di poter effettuare la raccolta differenziata sul set si risponde “Mi sono informato, purtroppo per un provvedimento circoscrizionale è vietato, sa, siamo in Italia”, dove il capo-reparto dei tecnici di scena sfrutta il ragazzo del sud come schiavo (“era bello averti come schiavo, meridionale, magro, con quegli occhiali, un pezzente della Basilicata”). C’è il delegato di rete, impersonato da un fantastico Antonio Catania, subdolo, calcolatore (“Ecco le nuove direttive che arrivano dai piani alti, dobbiamo conquistare la fascia d’ascolto rappresentata dagli AA, abbronzati e abbienti”). C’è un Pietro Sermonti incredibile nel ruolo del divo Stanis, imbarazzante e ridicolo. (“Mi aiuterai a piacere ai ricchi?”). Il regista è interpretato da un bravissimo Francesco Pannofino (conoscete la sua voce, doppia egregiamente George Clooney e Denzel Washington, ma anche il Grissom di C.S.I), sull’orlo di una crisi di nervi. E poi si profetizzano reality assurdi (La casa senza cesso è una perla assoluta, neanche tanto assurda visto il GF di quest’anno), crossover inaspettati con la realtà (l’Hotel Veronica, offerto dalla produzione della concorrenza, una Caterina Guzzanti, assistente di scena, che fa parte dei giovani del PDL, ed esiste un sindacato chiamato Sceneggiatura Democratica). E poi c’è un ritmo irresistibile, un po’ americano, ma non troppo, ospiti diversi ad ogni puntata (Laura Morante e Filippo Timi, un cameo divertentissimo del regista Paolo Sorrentino). Quanto basta per far scomparire in un buco nero la TV generalista (per quel che mi riguarda non ha più motivo d’esistere).

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 27 marzo 2010)

Son finiti gli Anni Zero e a noi piacciono da matti le classifiche, vivremmo solo di liste, ne compiliamo almeno una al giorno, ordinare la realtà, incardinarla in binari morbidi e sicuri è il nostro passatempo preferito. E poi “Rolling Stone Usa” decide di stilare la classifica dei migliori 100 album musicali del decennio. Non possiamo non commentarla a nostro modo. Piccola premessa. Analizzando la lista delle scelte della rivista musicale di riferimento americana non abbiamo potuto non constatare quanto sia difficile scegliere i migliori dischi di un decennio appena finito e quindi così vicino temporalmente ed emozionalmente a noi. Dici Anni Novanta (o Settanta) e subito ti vengono in mente tanti dischi. Con i passati dieci anni invece è più difficile, il filtro della memoria ancora non ha essiccato i ricordi, non li ha avvolti nell’alone del mito, non li ha intinti nell’aura del ricordo. Tre-riflessioni-tre qui di seguito. Se avete vissuto gli Anni Zero.

Le vette pallide e aguzze, innanzitutto. Un cielo vermiglio. Carta velina disegnata in maniera inspiegabile. E poi yesterday i woke up suckin’ a lemon e ci sono due colori nella mia testa e ogni cosa è al suo posto. Questo è il deserto algebrico e glaciale di inizio millennio. Kid A dei Radiohead è il miglior disco dei passati dieci anni. La linea vocale impossibile dei Thom Yorke (ascoltate Everything in his right place, la canzone del decennio, vi commuove e vi congela il cuore in un attimo, apprezzatela in Vanilla Sky accompagnare il risveglio di un Tom Cruise disorientato). Sublimazione della forma-canzone in qualcosa che è oltre, disgregazione di ogni cosa fatta dal gruppo inglese in precedenza: siete al top della carriera, il vostro album precedente è Ok computer, potete vivacchiare ripetendovi all’infinito, tanto siete dei miti comunque. No. Distruggete tutto con un disco commercialmente inspiegabile. Ghiacciato, frastagliato, respingente, esaltante. Simbolo perfetto del decennio dell’oscurità, dell’insicurezza. Solo il libretto è già un manufatto di arte moderna. Una follia assoluta. Capolavoro.

Il liceo svizzero lo opprimeva, a Julian. Papà ce lo aveva mandato perchè non si comportava troppo bene. Julian lì, tra le alpi ginevrine, avrebbe incontrato Albert Hammond Jr. Che gli Strokes nascano embrionalmente a Le Rosey, Svizzera, è un caso fortuito. Questi qui sono newyorkesi fin nei mitocondri. Poi Fabrizio Moretti (è il batterista) uscirà con Drew Barrymore, il faccione efebico di Julian Casablancas (il cantante) spingerà un po’ più in là le coordinate del concetto di “portarsi le ragazze in cameretta” (suo babbo è soltanto il John Casablancas dell’agenzia di modelle, soltanto, cioè tu sei un cantante rock e tuo babbo è uno che sguinzaglia in giro le top model, non so se ci intendiamo). E poi c’è Is This It. Rolling Stone lo inserisce al secondo posto della classifica degli album del decennio. Un’opera prima assordante, un pacchetto di pastigliette omeopatiche di newyorkesità ruvida e distorta, senti il Lower East Side negli altoparlanti, senti l’odore dei club di Manhattan. Last Nite è tuttora la canzoncina che quando viene messa, nei club rock, fa riempire la pista, inevitabilmente. Ok, album bello (Some day può cambiarti una giornata). Il capolavoro però qui è la copertina. Un fianco di donna, nudo, con una mano guantata sopra (di chi?). La copertina del decennio.

Il resto è varietà e mescolanza. Un re dell’hip hop come Jay-Z è quarto con Blueprint. Gli U2 ci sono tutti (il migliore è All That You Can’t Leave Behind al tredicesimo posto). I Coldplay che da molti vengono indicati come la band del decennio, solo ventunesimi con A Rush of blood to the head. Per intenderci il loro Viva La Vida è solo alla posizione numero 85, dietro ai Death Cub For Cutie (mah!) e dietro anche a tre dischi dei Kings of Leon (qui siam più d’accordo). Per capire la varietà: ci sono i Sigur Ros con Ágaetis Byrjun, c’è l’opera omnia di Kanye West (riscrive le regole dell’hip hop), c’è Ryan Adams con Gold, C’è Brian Wilson con Smile. Chiudendo con l’inizio: i Radiohead del decennio ci sono tutti, da Amnesiac a In Rainbows. Per il titolo di band degli Anni Zero hanno chiuso le scommesse. Dubbi non se ne possono avere.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 5 gennaio 2010)

“E tu che cosa hai visto?” E’ la domanda che ricorre incessante lungo le prime puntate di una nuova serie TV in onda in Italia su Fox. Flashforward è il nuovo telefilm prodotto dal network americano Abc. La trama? Semplice. Durante una normale giornata, l’intera razza umana è soggetta a un black out nel quale la mente di ciascun essere è proiettata per un paio di minuti sei mesi nel futuro: nei ricordi postumi ognuno ricorderà di aver vissuto qualcosa che deve accadere il 29 aprile 2010. Cosa è successo? Due agenti dell’FBI cercano di scoprirlo. Per farlo avranno bisogno dell’aiuto dell’intero mondo. L’idea è potenzialmente pazzesca. E’come se gli autori avessero allestito un enorme mosaico interattivo con 6 miliardi di finestre (tante quanti sono gli esseri umani). Un mosaico destinato a riempirsi, modificarsi, distruggersi e rigenerarsi, permettendo una varietà di idee e trovate di sceneggiatura potenzialmente senza precedenti. Insomma qua dentro c’è tutto, c’è Il Canto di Natale di Charles Dickens (lo spirito del Natale futuro non è altro che un flashforward ante litteram), c’è Minority Report (senza dubbio il miglior film di fantascienza del decennio) con i dubbi su predestinazione e libero arbitrio, c’è Lev Tolstoj con La morte di Ivan Ilic (forse primo esempio di flashforward inteso come figura retorica narrativa della letteratura moderna, con il capitolo iniziale che narra l’epilogo del racconto). Soprattutto c’è l’esemplificazione di una nuova generazione di telefilm, quella per intenderci nata con Lost, che si permette di costruire un universo parallelo alla realtà in cui viviamo, di edificare una porta tra realtà e fiction attraverso la quale far passare l’ignaro spettatore. Flashforward propone una cosmogonia, genera una dimensione parallela alla vita, verosimile e attraente, la popola di persone “normali” che lottano contro le proprie ossessioni, contro i propri fantasmi. E si presta ad analisi di etica. In fondo che cos’è quel flashforward, quel salto in avanti? La rivelazione di un futuro che è già calvinisticamente scritto, la prolessi di qualcosa destinato fatalmente ed inevitabilmente ad accadere qualsiasi cosa si cerchi di fare? Oppure è un “avviso” del tempo, un “suggerimento” dal futuro, un feedback che che permette di far sì che il futuro si avveri proprio così come lo si è osservato (oppure far sì che non si avveri se negativo) in quei due minuti di pre-visione? O Dio che si rivela agli uomini, mostrando il futuro, creando così sei miliardi di profeti sulla Terra? E se invece fosse un sogno in cui si sono visti esauditi i propri desideri o avverate le proprie più recondite paure? Le chiavi di lettura sono molteplici e tutte ampiamente condivisibili se si osserva il rapporto dei vari personaggi col proprio flashforward. Questo è anche il primo telefilm a essere trasmesso in contemporanea in tutto il mondo, ed in tempo reale (le cose che succedono sullo schermo accadono proprio in quel momento, nel giorno di programmazione). Così fino al fatidico 29 aprile 2010. Insomma Flashforward entra nella vita reale. Gli ingredienti per far sì che questa diventi una serie culto ci sono tutti. Ma proprio per questo, probabilmente, non lo diventerà. Per un semplice motivo: Flashforward è figlio di Lost, il meccanismo è lo stesso elevato all’ennesima potenza, e i figli dei grandi non riescono mai a raggiungere il livello dei padri. Al posto dell’isola misteriosa c’è il mondo intero. In fondo il meccanismo del salto in avanti è già stato ampiamente utilizzato proprio nel telefilm dell’isola. Il quotidiano tramutato in epico, l’arte visiva trasformata in abbacinante magia sono prerogative già viste proprio in Lost. I nomi biblici vengono reiterati (Mark, Aaron), la lotta tra naturale e soprannaturale continua anche qui. Insomma Flashforward è la continuazione di Lost, la prosecuzione di una serie ha già fatto il jump the shark, ha già raggiunto il suo apice che non potrà più essere toccato. Fate attenzione: il jump the shark è il termine gergale del mondo dei telefilm che rappresenta il momento, la puntata, l’istante in cui si è raggiunta una vetta tale da non poter più essere toccata in futuro, un limite verticale impossibile da ghermire di nuovo, dopo il quale è solo discesa. Il termine nasce dall’episodio del 1977 di Happy Days in cui Fonzie salta uno squalo facendo sci nautico su un lago, da quel momento la serie calerà inevitabilmente, nulla sarà più come prima. Esco dal seminato un attimo: provate ad applicare lo stesso meccanismo alla vostra esistenza. Avete già fatto il jump the shark? Mi riferisco agli affetti, ai rapporti con le persone. Se rispondete di sì non siete messi bene. Come si può vivere un affetto incondizionato e assoluto nel presente, se lo si considera inferiore a qualcosa che è venuto prima? Non sarebbe più quella cosa lì, quella sensazione lì, impossibile da spiegare su questa pagina. Ci si potrebbe scrivere un libro sul jump the shark (un giorno lo faremo, è applicabile ad ogni tematica). Rientro nel seminato. Insomma, nel mondo fittizio dei telefilm quando il meglio c’è già stato, quello che c’è dopo non potrà più superarlo. Il destino di Flashforward è questo. E non lo dico perchè sono attento e intelligente. Lo dico perchè l’ho visto nel mio personale flashforward. Il 29 aprile la prima serie finirà, il mondo delle serie TV non cambierà. L’isola di Lost lo ha già rivoluzionato per sempre.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 14 novembre 2009)

(Qui in forma estesa l’articolo uscito ieri sulla Voce di Romagna)

Giusi Ferreri è la donna della settimana. Ovviamente in negativo. Giusi ammorba il panorama musicale italiano da un paio di annetti ormai. E questo può anche andarci bene. In un attuale panorama commerciale scadente, Giusi si attesta su una più che dignitosa posizione di mediocrità assoluta. Insomma, né infamia, né lode (con una accentuata tendenza alla prima piuttosto che alla seconda). Solo che adesso Giusi (o i suoi produttori, non lo so) l’ha fatta un po’ grossa. La cover di Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, che sentite i questi giorni in radio, è una blasfemia musicale totale, una bestemmia radiofonica che ti fa scoppiare le orecchie. Giusi, queste sono cose che non si fanno. Insomma le cover di Tiziano Ferro o chi cavolo vuoi, puoi farle. Ma Rino Gaetano non ce lo devi toccare. Uno dei più grossi cantautori della storia della musica italiana vilipeso da una trovata commerciale e meramente radiofonica, impacchettato in un suono posticcio, svilito dalla voce di CassierallEsselungaGiusi. Una cosa che non va giù a chi possiede un seppur minimo amore per la musica. Sentirle dire “chi odia i terroni, chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori” mi ha fatto sterzare di soprassalto mentre guidavo con l’autoradio accesa. Rino era uno, anzi Rino è uno (è sempre vivo con le sue parole) che ha detto: “..vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia che ce l’ha con me..”. Uno che lascia il segno. Insomma, certe cose dovrebbero essere vietate per legge. E’ ora di finirla con le cover blasfeme dei capolavori della musica (già Vasco Rossi ci ha un po’ deluso con la cover di Creep dei Radiohead, ma non era nulla in confronto a Giusi che mortifica Rino Gaetano). Se volete consolarvi un po’, offrite un agnello sacrificale alla divinità offesa. Provate ad ascoltare uno che il coltello affilato c’è l’ha nella lingua. Uno che cita il grande Rino consapevolmente, possedendone probabilmente le stigmate vocali e interiori, urlandoti in faccia la rabbia giovane. Non lo scopro certo io. Vasco Brondi, cioè Le Luci della Centrale Elettrica (ha vinto il Premio Tenco come miglior opera prima nel 2008). Nella canzone “Nei garage di Milano Nord” cita (lui sì, a proposito) il cantante calabrese. Vasco Brondi è uno che merita. Mescola una sensibilità alla CCCP con la personalità di liriche che entrano a pieno titolo nel panorama della poesia contemporanea italiana. Un minimalismo strumentale che si unisce a variazioni musicali che accennano ai Radiohead più primitivi e urgenti, una voce sporca che è carta vetrata sul torace applicata agli scenari della provincia “meccanica” di Ferrara, fra la “grande scritta Coop” e le “centrali a turbogas”, tra “produzioni seriali di cieli stellati” e “etilometri ubriachi fradici”, tra “i tuoi capelli come fili scoperti, come nastro isolante” e “ciminiere da invidiare perchè hanno sempre da fumare”. Questi sono un paio di versi che parlano d’amore (non proprio convenzionale) del buon Vasco (stavolta non Rossi). Un pugno nello stomaco, un cazzotto nelle gengive, altro che il “non ti scordar di me” della Ferreri. Eccoli: “Incendiare farfalle meccaniche, le rose lisergiche/i nostri pochi orgasmi/ti ricordi dei combattimenti/fra i cigni finti/delle sere a sbranarsi/delle sere a strafarsi”. Giusi impallidisci al cospetto di ‘stò poeta. Questo è uno che ti fa un male fisico quando lo ascolti. Lui sì, davvero è degno di Rino.

C’è la verde campagna francese, una fattoria e un uomo che spacca la legna. La delicatezza di una melodia di Ennio Morricone. Respirate. C’è un movimento della macchina da presa che dire sontuoso è riduttivo. C’è un’automobile delle SS che giunge spedita sul vialetto sterrato. L’uomo che spaccava la legna si ferma, chiama la figlia e si fa portare dell’acqua per lavarsi la faccia. Poi spedisce la figlia in casa. L’uomo nasconde degli ebrei sotto le assi del pavimento. Dall’automobile tedesca scende “il cacciatore di ebrei”. Pochi secondi prima una scritta sullo schermo: “C’era una volta, in una Francia occupata dai nazisti”. E’ l’apertura di film più Sergioleoniana che abbia mai visto nella mia vita. Soprattutto perchè non sto guardando un film di Sergio Leone. No, è l’inzio del nuovo film di Sua Maestà Quentin Tarantino, Inglorious Bastards. Citazione enciclopedica da C’era una volta il West, la scena in cui Henry Fonda arrivava alla fattoria dei McBain è sterminava tutti. Qui, al posto del buon Henry, arriva il cacciatore di ebrei, Hans Landa (un imbarazzante e nicholsoniano Cristoph Waltz, impressionante, premiato strameritatamente a Cannes come miglior attore). E va a comporre una scena dalla tensione straziante che è un quarto d’ora di cinema allo stato puro. Lo è anche il resto del film. Una mescolanza di generi ridondante, emozionante, “tarantiniana” (ormai è un aggettivo). Spaghetti western nel primo capitolo (la divisione del film in capitoli, come un libro, ormai è un marchio di fabbrica del regista losangelino). Macaroni-kombat interpolato ad ambientazioni alla Lubitsch, shakerato con Quella sporca dozzina nel secondo (dove vediamo all’opera il manipolo di soldati rinnegati, i “bastardi”). Poi noir alla francese nell’incantevole morbidezza del terzo capitolo (ambientazione parigina da “Nouvelle Vague”, meravigliosa la scena nel caffè). Gli ultimi due capitoli sono definibili come nazi-pulp-macho-tarantiniano fuck off: esplosioni di violenza, humor nero come la pece, dialoghi surreali, situazioni al limite del folle. Come un bambino colto con le mani nella marmellata, Tarantino innalza al cielo la sua mitologia personale citando, rubando, rileggendo la storia della cinematografia di genere. Lo fa con originalità straordinaria (ci ha abituati allo stupore ormai, ossimoro che qui diventa normalità). Prende Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari e lo rilegge in chiave pulp (non chiudete gli occhi mentre Brad Pitt incide svastiche sulle fronti dei malcapitati nazisti), impugna Godard e ci butta sopra Cat People di David Bowie, mette in padella Leone e al posto del pistolero ci mette un ebreo che scalpa e uccide con una mazza da baseball i nazisti. Tarantino ci fa smarrire nel labirinto del suo cinema totale (sì, ricorda il calcio totale dell’Olanda degli anni Settanta, offensivo, instancabile, eccitante come nient’altro, non vinci nulla ma ti diverti come un matto) ci rapisce nella sua geometria di incisi e rimandi, ci affoga nella mescolanza linguistica (guardate il film in lingua originale, si parla in tedesco, francese, inglese) nella sua estetica fatta di smembramenti corporei e sgozzamenti macroscopici. Quentin su autocita giocosamente nel mexican stand-off della scena della taverna (forse una delle migliori scene viste al cinema negli ultimi dieci anni), in cui rimanda allo stallo elisabettiano tra i malviventi della sua opera prima le Iene. Nel pianosequenza eccellente della scena della premiere nazista nel cinema parigino cita per estetica e dinamica lo stesso carrello dello showdown tra la sposa e gli 88 Folli nella Casa delle Foglie Blu in Kill Bill (confrontateli, questo è cinema, signori). Tarantino prende il suo scrittore preferito Elmore Leonard e lo cucina in salsa spaghetti western, mette i suoi dialoghi unici in bocca a soldati tedeschi, tortura a fuoco lento il pubblico mantecandolo come risotto in scene iperdilatate che non finiscono mai e poi esplodono proprio quando non te l’aspetti, prende Brad Pitt, lo veste prima da luogotenente con mascella improbabile e poi lo fa diventare un siciliano, un Antonio Margheriti demenziale che dice “minchia” e fa venir giù il cinema. Fa spaccare la testa (nel vero senso della parola) a un nazista, facendo introdurre l’orrenda fine da un lungo ralenty impreziosito da una struggente melodia di Ennio Morricone (ancora lui). Lo fa con una naturalezza incredibile con la supponenza dell’autodidatta erudito, del semi-diplomato in cinema alla “scuola serale” del negozio di video noleggio di Los Angeles in cui ha lavorato/assorbito nozioni dall’84 all’89. Tarantino deve ancora prendere il “dottorato” in cinema, ma se ne fotte, impara attraendo sapere cinematografico nella sua orbita per osmosi, quasi per capillarità, perchè il giorno in cui si diplomerà sarà il giorno in cui morirà. Perchè Quentin vive di solo eccesso creativo, di talento naturale allo stato rude (nel senso di privo di forma alcuna, assolutamente plastico e modellabile sul modello del “cinema di genere”). Quentin è il bifolco che prende a calci i manieristi alla Ivory o alla Merchant, che dà la paga ai laureati in arti visive, che svernicia gli accademici della crusca della macchina da presa. E’ Gesù ragazzino al tempio che fa un culo così ai sacerdoti, che li umilia sul loro campo di gioco. Quentin continua ad imparare, non si ferma, macina cinema dalla qualità anni luce superiore agli altri, divora come un leviatano vorace la pellicola cinematografica che trova dinnanzi a sé. Vitalismo infinito che trasferisce nella sue opere ed in particolare in questa sua ultima fatica. Forse Quentin Tarantino è l’ultimo degli eroi. Grazie alla sua arte, quella cinematografica riesce a far deviare il treno della storia dai suoi binari, a plasmare i libri di storia a suo piacimento, a far sì che la guerra finisca un anno prima in un piccolo cinema parigino in cui tutti i i gerarchi nazisti (Hitler compreso) convergono per la première di un film di regime. Quentin modifica il corso storico degli eventi attraverso un proprio alter-ego femminile che è, a mio modo di vedere, il vero e straordinario protagonista della storia: è Shosanna Dreyfuss (la meravigliosa sorpresa Melanie Laurent) che scoprirete essere la ragazzina scampata al terrificante massacro iniziale e che, con generalità false ha ereditato un cinema a Parigi. Sarà proprio lei (insieme ai bastardi) ad organizzare il massacro di nazisti nel rutilante finale. Shosanna è Tarantino che dà fuoco alle pellicole di nitrato, è la Sposa insanguinata di Kill Bill che continua la sua vendetta, è un Black Mamba che leva la tuta gialla di Bruce Lee e indossa elegantissimi abiti anni Quaranta per lo showdown finale. E’ proprio lei, figlia di ebrei, che chiude questa fucking jewish revenge, facendo imboccare alla storia questa strada parallela. L’arte è l’unica cosa che ci rende immortali, il bello è quello che ci perpetua e ci differenzia dalle bestie. Quentin/Shosanna attraverso l’arte grafica del cinema riesce in quello che in questo momento nessun altro mezzo può fare, che nessun uomo politico può ottenere. Cambia la storia, ci consegna un sogno nelle mani. Nitidissimo, ancora una volta. Andresti sui libri di storia per vedere se le pagine sono cambiate per davvero. Vorresti che i titoli di coda non finissero mai.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna di ieri)