In origine fu il beach volley. Sulla spiaggia di Santa Monica aitanti ragazzotti dei primi anni del ‘900 montano una rete e si mettono a palleggiare. I primi tornei si giocheranno poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sempre sulle gloriose spiagge angelene: tanto sudore, sabbia in bocca e come premio una cassa di Pepsi. Ci gioca anche Kennedy, Marilyn ne tesse le lodi (del gioco, non di JFK). Chiamalo, se vuoi, sogno americano. La declinazione da spiaggia romagnola è meno mitica e colorata di spiccate movenze da “vitellone”. La coniugazione televisiva si risolve nella sola versione olimpica, nella specifica e inappuntabile accezione femminile – scultorei sederi di femmine tra Rio e South Beach che flirtano coi vent’anni se le danno di santa ragione, una sola rete nel mezzo a separare i furenti ardori agonistici. Del torneo maschile non sono pervenute notizie. O almeno noi non ce ne siamo accorti.
Le spiagge romagnole son belle e hanno un’espressione, nelle cabine colorate mescolate all’accecante luce di mezzogiorno, che è una mezza certezza. Da sempre punteggiate di infinite schiere di reti che dividono rettangoli di sabbia, conoscono da qualche tempo un’insoluta e insolita redistribuzione spaziale. Il nastro si abbassa, la linea arancione che delimita i margini estremi del campo – il confine tra la vittoria e la sconfitta – si allunga. Se prima si giocava in tanti, maschi e femmine in distribuzione omogenea e voluttuosa, con sfera da beach volley nelle mani, ora si battibecca in rigorose coppie unisex, racchettone nelle mani, “ferro e piuma” nelle braccia. Dicesi pomposamente beach tennis, qualcuno lo depotenzia definendolo “racchettoni”, nient’altro che lo sport (il gioco) più in voga nelle ultime estati di Romagna. Nasce a fine anni ’70 dalle parti delle coste ravennati (secondo le fonti origina da una costola dell’oltreumano gioco del tamburello, addirittura un affresco siciliano del III secolo dopo Cristo ne testimonia i primi vagiti), sbarca nella South Coast romagnola poco più di cinque anni fa, diventando un culto solo negli ultimi due anni. Cliccate su http://www.federtennis.it/beachtennis, la federazione fuoriesce appunto da una branca di quella storica del tennis, esistono già oltre 3500 tesserati in tutta Italia, nel comitato nazionale compare il nome dell’abbronzatissimo Massimo Caputi (quello delle telecronache calcistiche della compianta TMC, la parentesi a Quelli che il Calcio versione Ventura preferiamo dimenticarla), esistono svariati tornei che compongono un campionato italiano che prevede fitte tappe nell’estate dello Stivale. Il beach tennis è una variabile meno fighetta e più ruspante del suo cugino nobile, si gioca al volo, la pallina leggermente depressurizzata sorride a coloro che dispongono di una accentuata sensibilità nel braccio, eppure ad alto livello sono i muscolosi bomber a farla da padrone. Da buon sport balneare esalta il narcisismo del pavone da spiaggia che si fa bello con le giovani donne esibendo muscoli, potenza, rapidità e disincantato talento. Eppure rimane gioco che esalta l’agonismo e l’umiltà del dioscuro in sundek e bandana scarmigliata in testa – sacrificarsi per il compagno, tuffarsi sudati nella sabbia profonda per tenere in vita una pallina, nella consapevolezza che da soli non si vince. Anzi. Il bilanciamento e l’equilibrio con il partner diventano il punto di snodo per ghermire la vittoria. Gli scontri più intensi avvengono solitamente nei crepuscoli azzurri di metà giugno (non manca molto, oggi è il primo di marzo, giorno di svolta, valico attraverso cui abbandonare il gelo e raggiungere la primavera) nelle lande semi-silenziose dell’estremità sud di Riccione – il sole è una palla arancione che si nasconde dietro i profili degli alberghi, quattro giocatori – giovani eroi in formato braghe/racchettoni – palleggiano nell’ombra crescente, la quiete della luna balugina nel cielo che vira al blu, l’orizzonte è lì solo per loro. Riccione in fondo esiste solo a metà: un trancio è ripetitivo, sempre uguale a se stesso, rassicurante. L’altro è composto, plasmato da una volée, un tuffo, una pallina che si perde nel radunarsi della notte.
(Pubblicato sulla Voce di Romagna di oggi)

Foto Victor Caivano/AP

Vorrei avere la faccia di Diego Milito, i tratti da bandolero triste, da avventuriero stanco, l’occhio opalino che fa capolino sopra il naso sghembo, l’incedere rapido, l’eleganza claudicante ed apparentemente scoordinata che ti accoltella come una folgore nel buio. Con quella faccia un po’ così, quelle movenze un po’ così (Genova c’entra eccome in questa storia) il Principe “mata” l’Europa, assaggia ogni filo d’erba del tempio laico chiamato Santiago Bernabeu, in cui s’officia al rito pagano chiamato Champions League. La divinità che si fa uomo – non siamo blasfemi – l’apparente uomo comune che spacca il mondo a 31 anni suonati (benedetto l’anno 1979 ci regala Valentino Rossi e il Principe, “anziani” che giocano come bimbi infiniti), Diego uno di noi, quello normale che si fa il mazzo, che gioca in serie B (stagione 2004-2005, 26enne) e gira con un’utilitaria con il marchio dello sponsor attaccato. Il Gaucho è argentino nel midollo (ma possiede anche chiari ascendenti italiani) la sua storia sembra un romanzo di Cortazar tanto è contorta e letteraria. La trafila della carriera è pazzesca: Racing Avellaneda, Genoa, Real Saragozza, Genoa (in serie A, stavolta), Inter. In mezzo ci sono valigette piene di bei dollaroni (vedi presidente Preziosi, Genoa sbattuto in C1), incroci di sangue (il fratello Gabri va nel Barca dei sogni, lui no, ignorato, torna a Genova, con quella faccia un po’ così non poteva essere altrimenti), campionati folli, vagonate di gol tra Saragozza e l’Italia, sembra un pirata, Diego, uno che tracanna il destino, in campo si spende, si spande, morirebbe per il solo gusto del gol, dell’assalto all’arma bianca. L’epilogo del Bernabeu sembra un labirinto di Borges, a Madrid si intrecciano e si annodano tutti i fili di un anno di calcio e non solo. Il Real che a inizio anno allestisce l’operazione “Finca”, Final de Campeon (casalinga), spende fantastiliardi, compra Cristiano Ronaldo e Kakà e caccia Robben e Sneijder, olandesi volanti che invece squarciano la stagione e si incontrano nella finale madrilena (non a caso) – incoronati giocatori più talentuosi dell’anno. Il comandante Mourinho che saluta tutti a Milano col Triplete, giocando l’ultimo match nello stadio in cui allenerà l’anno prossimo (o meglio il tempio in cui predicherà il suo vangelo nell’entrante anno domini). E Diego che potrebbe seguire il guru sull’altopiano spagnolo, beffa delle beffe, da reietto nella periferia di Saragozza a eventuale “camiceta blanca” nel Real galattico. Diego Milito che incarna la triade rigorosamente argentina “cabeza, corazon y cojones” è un po’ come il conterraneo Ginobili (enorme campione NBA argentino) gode nella sofferenza, si esalta nel dolore – i crampi sono la via per l’ascesi mistica nel suo infinito 2009/2010. Cristiano Ronaldo in un eventuale film agiografico sarebbe interpretato dal “guevarista” Gael Garcia Bernal (come suggerisce il nuovo omerico spot Nike), Diego Milito non saprei da chi farlo interpretare, forse un Javier Bardem dimezzato e preso a cazzotti fino alla frattura del setto nasale. Sul campesino con la faccia da povero non scommetteresti un copeco, poi gli arriva una palla corta sulla tre quarti di campo, un luogo in cui di solito un attaccante temporeggia o si appoggia, e invece Diego no, lui va avanti, finta, flirta col pallone, finge di incespicare, manda a farfalle il cyborg Van Buyten, il Bernabeu si zittisce, l’occhio opalino del Principe taglia come un laser l’aria densa madrilena, poi col piede destro colpisce di interno piegando innaturalmente le ginocchia. Il gol è una slabbratura nello spazio-tempo, l’esultanza folle è un flash-sideways – in stile Lost – che seziona il prato di Madrid, il paradiso delle merengues trasmuta improvvisamente in qualcos’altro, eccolo, Milito che risale conradianamente il Rio de La Plata, il fiume denso dell’esistenza, un Corto Maltese col naso storto che gioca a dadi con la vita. L’uomo da Bernal, Argentina, che guidava un’utilitaria, vincerà il Pallone d’Oro – se Maradona ai Mondiali lo farà giocare. Quell’altra cosa, grumosa, infinita, la gloria, l’ha già ghermita con una staffilata. Un po’ principe e un po’ pirata.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 maggio 2010)

Marco Van Basten non allenerà il Milan (almeno per ora). La caviglia glielo impedisce (?), forse vuole evitare di ricevere un po’ di chiamate al cellulare da parte di un datore di lavoro un po’ingombrante. O forse semplicemente non se la sente. Marco è un mito (nel vero senso della parola). Io spero che il Milan non lo alleni mai. Per farlo dovrebbe scendere nel regno degli uomini mediocri (Leo lo ha fatto con uno stile e una classe infiniti, non gli è bastato). Una divinità come lui dovrebbe rimanere intoccabile, intangibile.
Ode a Van Basten.

L’inizio è un’epifania. Io il 25 giugno 1988 probabilmente ero al mare. Avevo quattro anni, non potevo capire. Me l’avrebbero raccontato dopo. Avrei compreso solo a posteriori. Avrei ricostruito con precisione qualche anno più tardi. Qualcosa che non svanirà mai. Quello era il giorno in cui la bellezza si manifestò. Il luogo è l’Olympiastadion di Monaco di Baviera. La partita è la finale degli Europei di calcio tra Olanda e Unione Sovietica. Tra le file degli arancioni c’è un ventitreenne che sul campo ha già fatto vedere tanto, tantissimo. E’ il cinquantatreesimo minuto e l’Olanda è già in vantaggio 1 a 0. Ecco, in quell’istante il tempo si ferma. C’è un gol che avete visto tutti un milione di volte. Cross (inutile) dalla tre quarti di Muhren. Il ventitreenne, così magro da sembrare uno stambecco, è in area che attende la palla. Inspiegabilmente non le va incontro, bensì incomincia ad allontanarsi, laggiù, verso la linea di fondo. Il resto è miracolo, manifestazione, sospensione momentanea dell’esistenza della forza di gravità. Non spiegabile a parole. Solo uno stambecco che colpisce di destro e una palla che si insacca nell’angolo opposto. Sembra un quadro. Rinat Dasaev non è il pittore. E’ il portiere che subisce quel gol. Rimarrà nella storia per essere stato presente, involontario protagonista, durante una rara manifestazione dell’esistenza dell’oltreumano. Uno di quelli che chiamano “uomini da poster” perché rimangono nella fotografia di fianco alla divinità. La divinità in questo caso è semplice da identificare. E’ lo stambecco. Che occasionalmente potrà poi trasformarsi in un cipresso(capirete poi). Quel giorno di giugno il ragazzo chiamato Marco Van Basten si consegna, attraverso l’essenzialità assoluta di un gesto, alla storia dello sport e non solo. Vi sarebbe rimasto comunque. Ma quella è la manifestazione di un momentaneo contatto con la divinità. Contatto cui Marco non rifuggiva.
Mai.
Questo pezzo parla di un personaggio e di un calciatore per cui mi pare riduttivo sprecare degli aggettivi. Li sprecherò, poiché su questa pagina possiedo solo essi e poco altro. Questo pezzo parla anche di un libro che non c’è. Che non è. Più. Si chiama Canto del Cigno (Limina, 123 pagine, 13,50 Euro). Lì, nel titolo, è l’unica volta in cui viene nominato il volatile. Lo ha scritto un giornalista che si chiama Andrea Scanzi, io (e non solo io) lo trovo geniale, Scanzi. Il libro, non riuscivo a trovarlo. Glielo ho chiesto direttamente a lui. Mi ha risposto così, testuale: “Non so come aiutarti Marco”. Io l’ho scovato in un recondito fondo di magazzino
grazie alla mia libraia, non so in che modo (grazie, Isabella). E’ bello non dovere andare a comprare i libri nei centri commerciali. Tutto questo mi ha reso questo libretto tremendamente prezioso. Il sottotitolo del libro è “Gol, gesti e bellezza in Marco Van Basten”. In soldoni, è un’analisi della figura di Marco attraverso gli episodi, ricercandone (non è difficile in questo caso) gli squarci di accecante bellezza prodotti. La tesi provocatoria di Scanzi: la forma predomina sul contenuto. Non è una bestemmia fragorosa. Una forma rarefatta, cristallina, eccedente la realtà stessa. Che bello raccontare lo sport attraverso la forza adamantina della letteratura, della pittura, della musica. Scanzi lo fa magistralmente (potete crederci, il libro non esiste più, non ve lo devo propinare in alcun modo, in giro non lo trovate, se me lo chiedete forse ve lo presto, forse, ho detto). Marco viene narrato cronologicamente dagli immensi inizi nell’Ajax, quando (non è un caso) esordì sostituendo proprio Johann Cruyff (stagione 1981/82, un passaggio di consegne non ostentato ma consapevole a priori) lungo tutta la carriera (col Milan e con l’Olanda) fino al precoce ritiro del 1995, in una biografia assolutamente anticonvenzionale. Ci viene raccontato Marco nei suoi gesti, nelle sue movenze, non nella pleonastica vita privata. Attraverso i dipinti di Van Gogh (“Van Gogh l’avrebbe dipinto come un cipresso. Bello come un obelisco egizio. Di una tonalità di nero tra le più difficili da riprodurre. Contro l’azzurro. Nell’azzurro”), attraverso la musica di Bruce Springsteen (“Se Gullit era Born to Run, corsa e movimento ininterrotto, Marco era Nebraska, il disco inspiegabile di Springsteen, di una bellezza acustica, in bianco e nero, spoglio, minimale. Non il sole, ma le nuvole a strapiombo”). Marco viene interpretato alla luce del modo di essere contraddittorio del suo paese, l’Olanda, sempre in bilico tra democrazia illuminata e colonialismo spietato, nella sintesi del blend, la mediazione tra istanze alte e basse. Van Basten non può non essere figlio di Rembrandt, innovatore e genio universale, non può non disegnare sul campo le Controcomposizioni di Mondrian e Von Doesburg, è l’unico calciatore olandese (insieme a Cruyff) ad essere veramente amato dal popolo. Perchè rappresentante del popolo olandese, “avanguardista, esule, iconoclasta. Evoluzione verso la forma pura, il colore puro. Scheggia di calcio totale. Forma di passato in un presente non suo”. Il libro poi prosegue aureo tra citazioni di Salinger, Marias, Pessoa, Galeano, Carmelo Bene.
Van Basten è stato uno dei calciatori più naturalmente letterari della storia. Non per i comportamenti fuori dal campo, non per la prosopopea, non per la recitazione (quella la lasciamo a Maradona). “Marco esteticamente non fu mai spiacevole, era sempre bello.” L’eleganza nell’incedere e nell’eccedere il reale senza travisarlo mai, senza stroppiarlo inutilmente, la bellezza del gesto mai ridondante, per nulla barocco (“gli slavi sono barocchi”, cit.), la capacità di non ostentare il movimento agendo attraverso la sottrazione, inconsapevolmente facendo propria la lezione dell’architetto razionalista (olandese come lui) Berlage. “Non elargiva il proprio talento. Lo mostrava a piccoli sorsi, con educazione”. Non era bulimico né egoista, bensì tendente al didascalico, alla sottrazione. Uno che produceva opere d’arte attraverso il movimento. Freddo ma mai catacombale, timido ma mai troppo algido, serioso ma per nulla schumacheriano, Marco vince tre palloni d’oro, un paio di Coppe dei Campioni col Milan, il resto del palmares andatevelo a vedere voi su Wikipedia, i numeri e le cifre mi piacciono poco. Marco è riuscito anche nell’impresa di non barattare il mito con la matematica, di non travisare l’epica con un deposito catastale. L’ultima partita della sua carriera la gioca il 26 maggio 1993 nella finale di Coppa dei Campioni contro il Marsiglia, a Monaco di Baviera (un cerchio che si chiude, ricordate l’Olympiastadion?). Le tenebre di quella caviglia maledetta ci privarono per sempre della sua bellezza (“la caviglia scricchiolava come la sedia di Arles di Van Gogh, come l’impercettibile fruscio di Nebraska”). Ce lo massacrarono sotto gli occhi (ce l’avevano massacrato per tutta la carriera). Marco muore sportivamente a 28 anni. Uno un po’ più bravo di me ha detto: “La vita svela i difetti, le mancanze, le malattie; la morte la indossano i santi, nell’assenza vince chi ha più fantasia”. Marco aveva più fantasia, una fantasia diversa, anche nella presenza. L’aver smesso così presto ne ha amplificato il mito (che di per sé non avrebbe alcun bisogno di essere amplificato, proprio perchè Marco era bravo a minimizzare, a “sottrarre”). Marco sul campo non è mai invecchiato, rimane eterno come una poesia di Rimbaud, un urlo di Kurt Cobain, un sorriso di Heath Ledger (tutta gente che si è fatta da parte, inevitabilmente, e ancor più definitivamente di lui, alla sua età).
Marco lo si ricorda sgranato, nei pantaloncini stretti, nelle rare interviste. Se giocasse oggi nell’eccesso dell’HD e nella abbondante dose di interviste probabilmente non sarebbe la stessa cosa, non ci potrebbe “privare del suo privato”, le sue opere d’arte sarebbero troppo nitide, sarebbero radiografie
inutili.
Philip Roth (che è citato nelle epigrafi del libro) nell’Animale morente dice: “Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza”. Davanti a Marco siamo ancora disarmati.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 12 dicembre 2009)

Qui in forma estesa l’articolo pubblicato ieri sulla Voce di Romagna

Ho sotto gli occhi una foto di Andrè Agassi da piccolo. Avrà 4 o 5 anni, è seduto sulle gambe del padre, di fianco ci sono i suoi fratelli più grandi. In mano regge una Garcia, una racchetta da tennis, la tiene con una perfetta impugnatura da rovescio bimane. Andrè sorride sotto il caschetto di capelli castano chiari. Io ci credevo, Andrè, a quel sorriso. Le indiscrezioni uscite negli scorsi giorni su People Magazine e su Time paiono contraddire quello sguardo felice. Quegli stralci anticipati dalla sua autobiografia Open affermano, come sapete, l’utilizzo di droghe e l’ammissione da parte di Andrè di aver odiato con tutto il cuore il tennis, lo sport che gli ha dato così tanto, e a cui tanto lui ha dato. Vedremo poi se le affermazioni pubblicate saranno confermate dal libro. A volte la stampa ci colpisce con gli eccessi. La constatazione è: predestinazione, talento e dedizione. La storia di Andreino è rappresentativa di queste tre parole. C’è un padre ex-pugile che fa convergere tutte le aspirazioni mancate, tutte le speranze perdute (Mike Agassi è iraniano), tutte le rabbie fraintese su un bimbo dentro una culla. Mike non era diventato nessuno nello sport. La sua esistenza gli pareva irrilevante. Concentra tutte le sue energie su quello scricciolo del figlio. Gli appende una pallina da tennis sopra la culla: tutti coloro che si sarebbero avvicinati alla culla avrebbero dovuto dare un colpo alla pallina facendo muovere la stessa avanti e indietro. Gli occhi di Andrè, gli incredibili occhi di Andrè, l’avrebbero seguita. E non avrebbero mai smesso. Anche fuori dal campo, Andrè ha sempre una racchettina in mano e ogni tanto il padre gli lancia qualcosa. E Andrè colpisce. Avanti così fino all’adolescenza. Lo sfondo è Las Vegas, America che ti mangia e ti sputa via. Poi non ti stupire se odi tuo padre. Mike Agassi dice: “Andrè non era solo il più talentuoso dei suoi fratelli, era anche il più volenteroso, era il più facile da allenare perchè aveva la dedizione necessaria”. Andrè mastica tennis e hamburger per tutta l’infanzia. E’già un fenomeno locale a 8 anni. Si organizzano esibizioni con quel bimbo protagonista. Poi lo sfondo cambia. Dal luccichio di Las Vegas all’umidità dei campi di cemento verde della Florida. Andrè giunge alla corte di Nick Bollettieri, motivatore, allenatore, guru del tennis americano. Costruttore di droidi sportivi, produttore di atleti robotizzati. Nell’accademia dei cyborg-bambini andrè diventa un giocatore incredibile. A 17 anni vince il primo torneo, a 18 entra nella Top Ten Atp. Andrè vive male la vita nell’accademia dei robot. Ne esce trasfigurato, da ribelle. Sembra un personaggio di un libro di Bret Easton Ellis, bohémien, smalto sulle unghie, lunga e folta chioma bionda che gli cade sulle spalle, indossa pantaloncini di jeans, scaldamuscoli viola in vista. Andrè è un ciclone melanconico, annoiato, trasgressivo, sul campo fa e disfa, vince e dissipa, esalta e si fa odiare. Passa attraverso il matrimonio con Brooke Shields (ma è una rockstar o un tennista?), attraversa la crisi, la droga, si ritira, gli cascano i capelli, si rasa, fa un rientro jordaniano, vincente, con la bandana in testa, trionfa a New York con la crapa pelata. Una personalità unica, abrasiva. Trasforma i difetti in doti (con le gambette corte si muove più rapido per il campo, con la testa pelata diventa testimonial di un famoso rasoio), passa da personaggio trasgressivo a tenero e rassicurante maritino e padre di famiglia (sposa la Graf, un robot tedesco, la donna più vincente della storia del tennis). Andrè è il tennis degli ultimi vent’anni, non bello, ma troppo telegenico per non essere il numero Uno della classifica dei broadcast televisivi, si mangia Sampras (più vincente di lui, ma meno attraente) fagocita Becker (troppo stupido) istupidisce i sonnolenti tennisti spagnoli, vive da protagonista l’alba della diarchia Federer-Nadal. Chi, ragazzino, ha cominciato a giocare a tennis all’inizio degli anni ’90, ha cominciato perchè c’era Agassi, non c’è dubbio (l’unica alternativa possibile, in direzione opposta e contraria, era Stefan Edberg, educato nei gesti, scandinavo nell’interiorità, maniloquente nella pettinatura con la riga di lato). L’accentuazione del difetto è il marchio di fabbrica di Agassi, la consapevolezza del limite è il suo stimolo per oltrepassarlo. Andrè travalica il tennis e diventa un personaggio a tuttotondo. Sul campo è il primo attaccante da fondo della storia del gioco, attraverso l’anticipo esasperato dei suoi colpi, l’ansia di colpire la pallina quando ancora è in fase ascendente, esemplifica quell’ansia di vita, quel voler essere in anticipo oltre che sulla palla anche sulle disavventure dell’esistenza, con quel mix di genialità e follia, rigore e dedizione. La meraviglia del talento, l’ossessione della predestinazione. Andrè è andato a pochi centimentri dallo schiantarsi. Però ce l’ha fatta. Ha sterzato. Io quella testa pelata che si inchina al pubblico dopo la vittoria non la dimentico.

C’è l’istantanea di uno sguardo triste. Occhi furtivi che si guardano intorno. Franck Vandenbroucke aveva 34 anni e un talento infinito sopra il sellino della bicicletta. Franck Vandenbroucke ora è morto e non si sa nemmeno con certezza la causa. Forse embolia polmonare. O forse no. Franck era in Senegal, non si sa bene perchè, forse era in vacanza o forse qualcos’altro. Tre persone, tra cui la donna con cui si era accompagnato in albergo, 70 chilometri a sud di Dakar, sono state arrestate e rinviate a giudizio per furto e ricettazione. Giallo su giallo, si potrebbe dire, parafrasando un romanzo sul ciclismo di Gianni Mura. C’è una stanza spoglia d’albergo. E’ spartana, piccola, si potrebbe definire squallida. Assomiglia tremendamente a alla stanza di un residence di Rimini. Ci passo davanti tutte i pomeriggi a quel residence. E ogni volta che ci scorro davanti ripenso alla certezza del talento, alla crudeltà del destino, alla solitudine più scura, all’uomo che si è avvicinato come Icaro alla divinità ed è stato ricacciato indietro grondando sangue. La solitudine reificata in una stanza. E’ una bestia nera, la protagonista assoluta della storia del ciclista Vandenbroucke e di un altro ciclista che ci ha abbandonati, lasciati un po’ più soli su questo pezzo di roccia nell’universo, una sera di San Valentino di cinque anni fa. Marco Pantani con quella brutta bestia ci aveva convissuto per buona parte della vita, ci aveva condiviso successi e sconfitte, altari e tragedie, discese e risalite, picchi vertiginosi e cadute nere come la pece. Non so come chiamarla quella bestia. Il male della vita, la paura di vivere, il fantasma oscuro nella nebbia che ti avvolge quando sei in cima al mondo ed andare più in su è impossibile, e allora puoi solo cadere, giù, in basso, facendoti male al cuore. E non solo. Il fantasma ingannatore del doping e della droga, che attraverso il potere inimmaginabile del tempo e la crudeltà delle persone si trasforma nella condizione peggiore per l’essere umano. La solitudine e la depressione. Mostro vorace da cui non puoi scappare, cumulo di sabbie mobili in cui più ti muovi per uscirne, più ci rimani intrappolato dentro. Vandenbroucke aveva vinto una Liegi-Bastogne-Liegi, corsa mitica, a soli 24 anni, un predestinato assoluto, un talento ammorbante nel ciclismo su strada. Avrebbe continuato a vincere nella sua carriera, ma non tanto quanto il suo talento gli avrebbe permesso. Una testa fragile, un carattere scostante, Franck inciampa nel doping, inglobato nell’inchiesta del famigerato dottor “Mabuse” e viene sospeso per sei mesi. Lì comincia qualcosa di molto brutto, di difficilmente concepibile per la mente umana, ma perfettamente praticabile da quel fantasma nero che ti avviluppa e ti soffoca. Franck cade nel vortice della dipendenza da droghe, minaccia di suicidarsi nel 2005 quando la moglie si separa da lui portando con sé la loro piccola bambina. Franck oscilla per mesi tra la tragedia e la follia. Poi l’apparente ritorno alla normalità, il ritorno alle gare, Eugenio Capodacqua di Repubblica racconta di averlo incontrato ai recenti mondiali di Mendrisio, di averlo visto sorridere, chiacchierare. Ma con quello sguardo triste, quel fantasma che puoi nasconderlo in ogni posto, ma poi riappare, crudele. Lo stesso sguardo di Marco Pantani quel giorno del 1999 a Madonna di Campiglio, il giorno in cui venne fermato, l’inizio della morte di un uomo troppo talentuoso ma troppo fragile, ossa di cristallo in un mondo che ti spezza in due come niente. Franck e Marco quella bestia se li è portati via. Come si è portata via Josè Maria Jimenez nel 2003, e Luis Ocana qualche anno prima. Una bestia che sta portando via troppi talenti fragili di uno sport che non si può non definire maledetto, uno sport che ti chiede il sangue e il sudore, poi ti ridà indietro troppo, come un diavolo che ti tenta in un deserto troppo arido, e infine ti lascia con un pugno di sabbia in mano e l’anima marcia come uno stagno nero. Ogni volta che vado in macchina a Bologna, poco prima del casello di San Lazzaro, in autostrada, butto lo sguardo sulla destra. C’è l’enorme palazzo del Mercatone Uno. Davanti c’è un’enorme palla di vetro. E’ una biglia. Dentro c’è Marco Pantani in sella alla bici, in salita, davanti a tutti, lo sguardo affaticato ma fiero. Marco dentro quella palla di vetro c’è rimasto intrappolato, non ha saputo uscirci. Quella salita, la salita della vita, non è riuscito a finirla. Ucciso dal fantasma più nero che c’è, proprio come Vandenbroucke. Conserviamoli nel nostro cuore con rispetto, non giudichiamoli. Uomini fragili che gli dei hanno premiato e poi punito per essersi troppo avvicinati a loro.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 16 ottobre 2009)

Siamo tutti figli di Briatore

27 settembre 2009

Ciao Ciccio! Vedo una sua foto e non riesco a distinguere il vero Flavio Briatore dall’imitazione di Panariello. Flavio è un po’ imbolsito, forse invecchiato. Dietro gli onnipresenti occhiali scuri ti accorgi che l’occhio si è un po’ spento. A Flavio gli stan facendo un mazzo così. Max “SadoMaso” Mosley non lo amava tanto. Adesso gli sta affondando un pugnale nelle carni morbide. Flavio, in un’intervista qualche anno fa, aveva detto “nel nostro mondo non c’è affetto, al massimo ho due o tre amici, non ho tempo”. Ecco, era vero. Flavio è l’unico che (per adesso) paga col sangue per il Crashgate Renault di Singapore 2008. Frode sportiva, radiazione dal sistema, non potrà più nemmeno fare il manager dei piloti. Symonds, Nelsinho Piquet e gli altri sono pulito come bambini per il sistema di giustizia interno della FIA, ridicolo e controllabile a piacimento da Mister SadoMaso. Ok. Povero Flavio. Rimane il fatto che ha truffato, Flavio. E non basta citare il versetto del vangelo secondo Moggi secondo il quale non esiste frode senza la correità, il”maestra non son stato solo io, c’erano anche loro”. Flavio ha barato. Tra l’altro giocando col fuoco di lamiere che viaggiano ai 300 all’ora. Flavio non è mai stato un santo. Lo capisci già dall’atteggiamento da bounty-killer, dal tono della voce deciso. Nel cuneese negli anni ’70, dopo essere stato un dimenticabile piazzista di polizze assicurative, Flavio aveva rilevato l’azienda Paramatti Vernici da Michele Sindona (cominciamo bene). Poi il suo socio salta in aria insieme alla sua macchina e a una bomba collegata all’accensione. La verità non si scoprirà mai. Piccole ombre. Che si infittiscono. Il buon Flavio viene condannato per bancarotta fraudolenta prima (per il fallimento di Paramatti Vernici) e per truffa poi, attraverso l’aggancio di clienti facoltosi da spennare (di mezzo c’era anche quel sant’uomo di Emilio Fede, assolto per insufficienza di prove). Scapperà abilmente nelle Cayman. Non sconterà un solo giorno di galera (ovvio!). Conoscerà Luciano Benetton. Comincerà la sua fortuna, prima con le catene di franchising Benetton, poi con la Formula Uno. A Cuneo lo chiamavano “il Tribula” uno che si sbatte, si arrabbia, si arrabatta, uno spaccone che non è stupido, un bifolco di campagna che giura che un giorno lo metterà in quel posto a tutti. E lo fa davvero. Flavio è il self made man, quello che si fa da solo, con le buone, ma anche con le cattive, col sudore della fronte, ma anche con scorciatoie pericolose e molto italiane (me ne vengono in mente tanti come lui). Flavio è stato il modello estetico ed anche etico (purtroppo) di una certa Italia di questi primi anni 2000. Geniale ignorante, attraente bifolco, asciuga all’essenziale il brocardo filosofico “non bisogna presumere che esistano più cose del necessario”. Infatti l’unica cosa che è necessaria diventa il denaro. Nello stretto pragmatismo piemontese, nella patinata e billionaresca grettezza briatoriana, Flavio è il simbolo di quello che si è fatto un culo così e ce l’ ha fatta, uno che “non so esattamente quanto soldi guadagno, credimi, non me ne occupo io, sono ricco, è vero, ma non vedo cosa ci sia di male”. Dentro questa frase c’è tutto, c’è la Costa Smeralda, c’è lo yacht di settanta metri, ci sono i 5 cellulari che vibrano ogni sei secondi, c’è il menefottismo di tutto, anche dell’accento piemontese mai ripulito, c’è il manager carenato e metallizzato dallo stile di gestione dinamico e innovativo (il concetto di “tribula” rivisto e corretto in maniera più glitter, più holliwoodiana). E ci sono le babbucce firmate, la moglie Elisabetta Gregoraci (trent’anni in meno di lui) l’ex Heidi Klum, l’ex-bis Naomi Campbell (il potere per l’uomo va di pari passo con la conquista della donna, naturalmente bella e giovane, come ogni accessorio che si rispetti), “non leggo un libro dalla terza superiore, non ho tempo, devo lavorare”, c’è Londra, Montecarlo, Singapore, porto Cervo poi via di nuovo. “La vita è una sola e non sai mai quando ti tocca morire”. L’ha detto Flavio. Che ha vissuto un’esistenza da carpe diem sulla sua propria pelle. Fino alle estreme conseguenze. Non so come finirà questa storia. Se sarà solo lui a pagare. Male che vada tra qualche anno lo vedremo insegnare etica d’impresa da qualche parte (se Pairetto insegna etica agli arbitri e Moggi pontifica nelle trasmissioni televisive che lo invitano, tra un “hai proprio ragione Luciano” e un “grazie Luciano”). La rimozione mentale è uno degli sport più praticati in Italia. Io so solo che, volenti o nolenti, siamo tutti figli di Briatore. Gliene diciamo di tutti i colori, ma vorremmo tutti essere come lui. E’ l’italiano per eccellenza. Furbo, piacione, brillante, tiratardi, lavoratore. Flavio è tutti noi. Non fategli troppo male.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 settembre 2009)

leonardo_allenatore_milan

(Qui in forma estesa l’articolo uscito oggi sulla Voce di Romagna)

Leo ha la camicia linda e asciutta al termine del primo derby da allenatore della sua carriera. Quattro gol presi. Tra l’altro da un’Inter insolitamente bella. Leonardo a San Siro compie il disastro assoluto. Che si inscrive nella disfatta del suo datore di lavoro. E nelle circostanze singolari e sfortunate. Le sostituzioni tardive, dopo l’espulsione. Gattuso che, anche lui, lo tradisce con la boiata che non ti aspetti (il mito di Gennaro si è un po’ incrinato l’altra sera, ma si riprenderà). Seedorf che ci mette un’eternità a prepararsi e ad allacciarsi le scarpe per entrare in campo. Manco fosse una ballerina. Borriello che fa il Borriello (cioè la nullità assoluta). Ronaldinho che è un equivoco che cammina, anzi che trotterella, un fraintendimento coi dentoni, un disguido vivente che chiacchiera con Berlusconi prima della partita (cosa gli avrà detto?). Jankulowski è un turista in fila al casello di Milano Melegnano in un caldo sabato sera di rientro dalle ferie. Zambrotta sembra Badoer con il pizzetto. Lento come la fame. Leo si ritrova nel momento sbagliato della storia del Milan berlusconiano. La crisi economica che ti taglia le gambe. Il tuo presidente che stringe le cinghie della borsa. E tu che sei l’uomo giusto (forse), nel posto giusto, nel momento sbagliato. Leo è un signore assoluto, lo era in campo, lo è stato fuori, lo sarà sulla panchina. Leo, che nella novelle vague degli allenatori giovani, eleganti e belli, rappresenta il lato luminoso, apollineo della luna (Mourinho il lato più oscuro, Guardiola quello vincente, una cravatta scura e una camicia bianca elegantissima ad unirli tutti quanti). E Leo di calcio ne sa. Consulente dell’area tecnica del Milan e osservatore in Sudamerica, ha fatto sfracelli portando Kakà e Pato a Milano. Viene scelto come allenatore del Milan il 31 Maggio. Poi in estate Silvio gli porta via Kakà (come il babbo che ti compra la Ferrari ma poi ti porta via le chiavi). E compra Vittorio Feltri. Il quale non può essere impiegato in campo dal buon Leo. Ma che sarebbe molto più pungente di Huntelaar. Poi arriva il 29 agosto. Silvio si dissocia dal Giornale, e quindi da se stesso (Feltri centra sempre) e poi la sera assiste alla disfatta del suo Milan. La tribuna Vip di San Siro si trasforma in un mausoleo a cielo aperto. La cera si scioglie sulle facce. Galliani ricomincia ad assomigliare sinistramente allo zio Fester. E Leo è sulla panchina, camicia e cravatta sempre impeccabili. Solo un Gattuso che lo manda a quel paese e un Inter che stranamente, per una volta, gioca a calcio. Leo frana tremendamente. Ma lo fa con un aplomb irreale. Lui può. A lui concediamo tutto. Leo è come il tuo amico bello, buono e educato al liceo che ti fa anche copiare i compiti. Leo è il professore di Economia e Management che chiunque vorrebbe avere all’università. Leo è il padre (o il fratello, a seconda dell’età di chi legge) che ti viene a prendere a scuola in giacca e cravatta ed è l’idolo delle mamme. Poi ti porta al parco a fare due palleggi col pallone. Leo è il ragazzo che esce con Miss Liceo, gli si rompe la macchina, lui scende col sorriso le apre la portiera e le chiede di continuare a piedi. E lei ovviamente continua. Leo è elegante anche nella sconfitta. Gradevole anche nella tragedia. Ai Mondiali di USA 94 venne espulso per una gomitata allo statunitense Tab Ramos. Nessuno se lo ricorda più. Troppo educato quel ragazzo. Leo ha fatto un disco di musica brasiliana, dove lo senti addirittura cantare, ha dato vita alla fondazione Gol De Letra per aiutare i ragazzi brasiliani più poveri. Leo è l’enciclopedia del ragazzo (oggi uomo) perfetto. E’ fidanzato con la giornalista e bordocampista di Sky Anna Billò (carinissima) in una relazione che è a rischio conflitto di interessi (che gli concediamo). Unisce la creatività e l’allegria brasiliana con una razionalità quasi nordeuropea. Uscirà da questo buco nero che sembra inghiottirlo. Con un dribbling e un sorriso. Come faceva in campo.