L’impatto devastante di un incipit ha la forza contundente di mille aforismi, a un buon scrittore bastano cinque parole per precipitarci in un pozzo senza fondo. La prima frase di un libro è ad un tempo fondamentale, ha lo stesso impatto fondante delle epigrafi, introduce, dà il la simbolico al dipanarsi dell’intreccio, cela e svela allo stesso tempo il nucleo dell’opera. Ma ovviamente non basta buttare lì una buona prima riga, né un’epigrafe colta per scrivere un grande libro, la frase d’apertura può essere uno specchietto per allodole, fumoso e fuorviante. Penso agli inizi memorabili dei libri che ho letto, si potrebbe scrivere un libro elencando i migliori inizi (lo avranno già fatto, sicuramente), sarebbe un torrente di suggestioni. Un giochino vecchio, direte, quello degli incipit affascinanti, però sempre divertente. Avrei voluto essere Stephen King per aprire Misery con l’onomatopeico e sciamanico “umber whunnnn yerrrnnn umber whunnnn fayunnnn. Questi suoni: nonostante la nebbia” dentro c’è tutta l’inquietudine del libro, oppure James Ellroy per aprire American Tabloid con l’indimenticabile “Si faceva sempre alla luce del televisore” riferito ad Howard Hughes in pieno delirio tossico che si spara uno speedball di eroina e cocaina nella sua solitudine buia e dorata. L’inizio può essere anche solo un esercizio carino di stile, oppure un icastico e fulmineo manifesto programmatico delle intenzioni dell’autore: si prega di leggere Bret Easton Ellis, uno dei più terribili profeti del nostro tempo: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate sta scribacchiato a grandi lettere rosso sangue sul muro della Chemical Bank all’angolo tra l’undicesima e prima” è l’inizio di American Psycho, e in due righe c’è già tutto, l’inferno (citando Dante) che poi è la vita, il sangue (di cui è irrorato tutto il libro) e New York, più che un personaggio, un mondo dentro un mondo. Gli inizi di Ellis sono esemplari per ritmica e per intenti: “Puntini – sul terzo pannello ci sono puntini dappertutto non vedete?” l’inizio di Glamorama – con il protagonista che parla col lettore istupidendolo con la spiegazione di un particolare futile – è una dichiarazione rapida dell’inutilità del tutto, dell’orrore del reale, 725 pagine condensate in un periodo (“a giudicare dalle vostre brutte facce ho la netta impressione che il perchè non avrà risposta”) e infatti al termine dell’opera non vi saranno risposte, solo un buco nero, tetro, irritante.
Per un incipit suggestivo e sognante? Don DeLillo, Underworld: “Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza” apre un fiume enorme e trascinante che ti travolge fino alla millesima pagina su e giù per il Novecento americano, una pallina da baseball a condurre le danze, potrebbe essere l’inizio di un film di Spielberg (non lo sarà).
Il gioco è bello finchè è corto, si potrebbe andare avanti all’infinito, parlando di tutto e niente, ci sono libri fondamentali che hanno incipit apparentemente anonimi e viceversa libri inutili con inizi stordenti. Rimane il gusto della suggestione, dell’inizio del viaggio, della fuga in avanti dentro le pagine. Un tuffo dentro il precipizio.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna dell’8 aprile 2010)