Brutta

21 settembre 2009

La ragazza non è bella. No. E’ una figura boteriana. All’atteggiamento vedovile mescola un abbigliamento che non può non dirsi doroteo. Sono 105 chili di mancata sensualità. In termini assoluti. Lei è qualcosa che si contempla rapidi, poco pensierosi. Purtroppo a volte è ludibrio allo stato puro, primordiale. Il destino è qualcosa che ti colpisce alla nascita, ti afferra nella culla. Anzi ti ha già brandito quando lo spermatozoo è penetrato nell’ovulo. La sua maledizione è in un DNA tradotto in brandelli di pelle non eccelsi. Trascritto in tratti somatici inadeguati. Almeno per il senso estetico corrente. E imperante. La ragazza unisce a tutto ciò una consapevolezza di sé lodevolissima. Essere stupida l’avrebbe aiutata a dimenticare le aberranti forme. Essere distratta l’avrebbe facilitata a non rimembrare. Niente di tutto ciò. In lei la somma bruttezza è inscindibilmente unita a una chiaroveggenza imbarazzante. E lei lo sa. Di essere tremendamente priva di fascino dal punto di vista estetico. Ha smesso di opporsi al fatale destino presto. Ha capito, con amarezza indicibile, che in questo paese essere donna significa spesso possedere un corpo gradevole, purtroppo. Qualcosa che a lei è stato sin da principio negato. Ha compreso che le è stata negata persino la possibilità di possedere le vestigia della bellezza. E anche gli attimi dell’amore. Lei ha deciso di non provare a lottare, forse. Non ha provato a imporsi con altri mezzi. Probabilmente le è stato brutalmente negato dalle risatine di scherno dei compagni di scuola. O forse è stata la società intera che non l’ha capita, che l’ha rigettata con forza, incapace di relazionarsi con una bruttezza allo stato rude. Lei non ci ha provato mai a farsi accettare. La sua esistenza ha virato precocemente in un color seppia da far paura.
Impossible is nothing è un brocardo pubblicitario buono per vendere qualche paio di scarpe in più.
Alessandro Canino che canta Brutta al festival di Sanremo del 1992 è un’epifania da tubo catodico.
Brutta/ti guardi e ti vedi brutta/ti perdi nella maglietta/e non vuoi uscire più.
La osservi e ti chiedi dove finisce il suo corpo e dove inizia la solitudine.
Il lieto fine esiste solo nei film. Questo non ci vuole molto a capirlo.
Prenderà congedo in punta di piedi, sottovoce, nell’invisibile.
Sui titoli di coda non ci sarà colonna sonora.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 9 Agosto)

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La donna libertina (il termine è delicato) può essere definita in vari modi. Svelta, dinamica, o come dicono alcune ragazze “una che si dà da fare”. Sembra uscita da una canzone di De Andrè: come Bocca di Rosa, “mette l’amore sopra ogni cosa”, e “lei l’amore lo fa per passione”. Oppure da una canzone di Lou Reed (“..in the backroom she was everybody’s darling..” da verso di Walk on the wild side). Insomma è la ragazza di tutti. La libertina non è cattiva, non usa gli uomini a suo piacimento per disprezzo o per crudeltà. Lei ama, inopinatamente e senza limitazione alcuna, si dà, generosamente e col sorriso sulle labbra. E’ l’idolo assoluto dei ragazzi (ci mancherebbe!), quella che tutti vorrebbero incontrare. La definiscono volgarmente “puttana”, ma è un termine riduttivo per circoscrivere la sua complessa essenza. In fondo la libertina utilizza il sesso come pasoliniano mezzo attraverso il quale raggiungere la conoscenza, chiave di lettura per codificare i comportamenti umani maschili. Usa il petting come strumento gnoseologico, come simbolica e preliminare stretta di mano conoscitiva, come caldo convenevole. In lei riemerge quell’istinto primordiale, così ben descritto da Freud, della fase orale, cioè dell’esplorazione del mondo attraverso la suzione, il portarsi tutto alla bocca, ancestrale rituale neonatale. La libertina fatica a stare da sola, vuole avere a fianco l’uomo, vuole un punto di riferimento cui aggrapparsi, a volte disperatamente. Si innamora spesso, in una girandola di fidanzati, che vengono ruotati come culture agricole in un campo (senza spazio per il maggese), o sostituiti come centravanti arrabbiati durante una partita di campionato. Esprime il meglio di sé in fresche serate in macchina nell’ombra accogliente di ridenti zone industriali, oppure in torride notti estive tra i lettini di un pigro stabilimento balneare. La libertina è un distributore (non sempre automatico) di felicità in pillole omeopatiche, è una benevola crocerossina del cuore, una missionaria comboniana della carità ormonale. Possiede morbidi polpastrelli da clavicembalista, labbra carnose e velenose in stile Uma Thurman nel ruolo di Poison Ivy e cammina con la falcata e i tacchi a spillo di Catwoman. Ma non fa paura. Non c’è nessun Batman da uccidere. Qui c’è solo da amare.
Lei prova a farlo.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 22 Giugno 2009)

Bionda

23 luglio 2009

Per analizzare la fenomenologia della ragazza bionda bisogna fare un grosso balzo cronologico a ritroso nella storia dell’uomo. Bisogna tornare all’anno 10000 a.C. L’era glaciale è appena finita. In una pianura dell’Europa centro-settentrionale sta per accadere qualcosa di straordinario. Due uomini “sapiens sapiens” vagano casualmente sull’erba fresca. A un certo punto dinnanzi a loro, a una certa distanza, scorgono una tenue figura femminile. Presenta una criniera chiara sulla testa. Una lanugine dorata. I due uomini non lo sanno, ma quello è un momento storico. L’epopea della bionda incomincia in quel freddo pomeriggio postglaciale, in quella desolata landa mitteleuropea. Per un’imprevedibile anomalia genetica i capelli della donna risultano assumere quel colore chiaro. Una carenza di pigmento scuro, l’eumelanina, afferma la scienza, fa sì che questa progenitrice di Ursula Andress possa fregiarsi del titolo di prima bionda della storia. Scherzo cromosomico, modificazione evoluzionistica, adattamento alla selezione. Non sapremo mai con precisione il perchè della sua venuta alla luce. Ma possiamo chiaramente constatarne gli effetti. Rivoluzionari. Abbacinanti. Dodicimila anni dopo, bionda è aggettivo qualificativo che non si può non associare a una ragazza. E’ sostantivo che non può che richiamare alla mente immagini sensuali. La Barbie è bionda. Pamela Anderson e le bagnine di Baywatch sono bionde (sono, non erano, perchè icone rimangono, santini laici adolescenziali permangono in eterno). La playmate del mese su Playboy, se non è bionda non è la stessa cosa. Martina Stella che, diciottenne fa perdere la testa a Stefano Accorsi nell’ “Ultimo Bacio” , non poteva che essere meravigliosamente bionda. La svedese, che negli anni Sessanta ha fatto innamorare tuo padre sulla riviera romagnola, aveva proprio quell’ammorbante capigliatura bionda. E poi Marylin e Brigitte Bardot. Miti della modernità. Non si può negare. La selezione naturale non mente mai. Probabilmente la bionda ha qualcosa in più. Al suo passaggio riesce a ricreare quella sospensione dell’incredulità per cui ogni uomo non può fare a meno di girarsi verso di lei, alla ricerca del suo volto. Il solo elemento del capello biondo risulta un atavico richiamo per la sensibilità maschile. E’ bellezza racchiusa in alleli impazziti, ricombinazione genetica seducente. Dei suoi capelli si può misurare la finezza con un calibro di precisione, scansionarne la fragilità e allo stesso tempo la robustezza solare. Come in uno spot del Johnson’s shampoo, all’apparizione della bionda, lo schermo si illumina di una luce accecante, i suoi capelli balsamici ondeggiano come un campo di grano scosso dal vento. In sottofondo puoi ascoltare Be my baby delle Ronettes. Un rigurgito di anni Sessanta ti entra nelle orecchie. Ecco, ora i ragazzi possono incominciare ad azzuffarsi per lei. I due uomini del 10000 a.C. ancora non hanno smesso di farlo.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 29 Giugno 2009)

Ragazza fighetta

16 luglio 2009

La “ragazza-fighetta” (il termine è molto rivierasco, forse volgare, ma insostituibile per circoscriverne la tipologia) è una categoria speciale. Di solito è bella, elegante, ha delle amiche “che sono troppo delle pazze” (lei stessa lo afferma). Spesso è riccionese, ma può abitare in qualunque borgo o città. Veste molto firmato, cura fin troppo il suo aspetto, ha un taglio di capelli all’ultimissimo grido, è trendy insomma, sofisticatissima. Possiede un insano istinto feticista per l’accessorio (che sia la borsa, l’IPhone, il bracciale o il fidanzato), e una spiccata sensibilità per l’evento mondano. La noti in discoteca per il portamento fieramente distaccato, l’atteggiamento disinvolto e soprattutto per il fatto che non ti caga di striscio. Alla Villa Delle Rose lei ha sempre il tavolo con gli amici (in fondo andare in discoteca senza tavolo non è la stessa cosa), balla in piedi sul divanetto, e sorride cupidamente all’arrivo della bowl di frutta con bengala acceso nel ghiaccio. E’ identica alle sue amiche (questa tipologia solitamente si muove in folti branchi). Fatichi a distinguerla dalle sue simili, se non fosse per il pratico codice a barre che porta sul pancino o sull’osso sacro oppure sul polso: un piccolo tatuaggio. Grazie a quello puoi fortunatamente distinguerla, utilizzando un lettore ottico, seduto alla cassa del supermercato della vita. Lei in fondo è un affascinante cyborg costruito in serie, un droide protocollare griffato Luis Vuitton, progettato da Victoria’s Secret, implementato Christian Dior. Si formatta osservandosi avida allo specchio mentre fa GAG in palestra, si deframmenta guardando Uomini e Donne ogni pomeriggio dalle 14 e 50 sul divano. Usa il cellulare come periferica di output, come prolungamento ideale di se stessa, come Bluetooth dei suoi pensieri. Spesso il suo idolo è Paris Hilton (famosa per essere ricca sfondata, e per essersi esibita in un noto filmato in cui dissertava sulla pregnanza ontologica del risucchio idraulico con vuoto pneumatico). Se guardi le sue foto ha sempre la testa piegata di lato (come a ricercare una geometria perduta nell’aria). Lei e le sue amiche sembrano essere uscite tutte da un’unica accademia della bellezza, una cantera catalana del portamento, una Masia del modo di vivere. Ma il risultato, in una metafora calcistica, non è lo stesso prodotto dall’accademia calcistica del Barcellona (appunto la cantera) trionfatore in Champions League. Manca quell’allegria, quella freschezza, quella rapidità di tocco. Piuttosto, lei e le sue amiche assomigliano al Manchester United sconfitto proprio in finale dagli spagnoli: hanno l’occhio opalino triste di Rooney, il carisma flaccido di Van der Sar, la superba prosopopea stilistica di Cristiano Ronaldo. Sono spente. Sconfitte. Forse sotto la pelle i microchip sono freddi.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 8 Giugno 2009)

Ragazza alternativa

14 luglio 2009

alternativa

La ragazza alternativa cammina svogliata per strada. La puoi osservare dall’alto come in un pianosequenza cinematografico. In fondo lei stessa è cinematografica: due gambe secche, una figura magra, il seno appena accennato. Un incrocio affascinante tra Audrey Tautou e Olivia di Braccio Di Ferro. Ti guarda attraverso gli occhi verdi con l’aria strafottente da “so tutto io”. E infatti sa tutto lei. La ragazza alternativa pensa a una velocità che non puoi neanche immaginarti. Parla di una cosa e ne sta già immaginando un’altra. Indossa un abito Desigual (molto catalano), imbraccia una borsa Timberland e un leggero foulard le copre il collo. La ragazza alternativa va al concerto ecocompatibile dei Radiohead in un bosco irlandese con la bicicletta presa a nolo, ma allo stesso tempo può andare a vedere i Bastards Sons Of Dioniso in piazza. Odia i reality ma poi non resiste di fronte all’ultima puntata di X-Factor. Scarica Gossip Girl da internet e lo guarda in audio originale coi sottotitoli in inglese. Poi un giorno vede per sbaglio i Cesaroni e se ne innamora follemente. Perchè la ragazza alternativa nella maggioranza dei casi è finto-alternativa. Esserlo in fondo è cool. Lei non è allineata, non è mainstream, assume un fiero distacco uscendo dal portone delle mode, ma poi vi rientra dalla porticina di servizio. Manifesta idee di abbigliamento particolari, no logo , ma poi si arruola spontaneamente nell’Esercito Delle Soldatesse Dalle All Star Ai Piedi. Emana una trasandatezza ordinata, produce in movimento un’ entropia disciplinata, emette feromoni con traiettorie eccentriche. Se è di famiglia benestante va a fare shopping una volta all’anno in Fifth Avenue a Manhattan, saccheggiando Abercrombie and Fitch. Ascolta contemporaneamente Nirvana e Chemical Brothers, non disdegna un assolo di chitarra di John Mayer. La ragazza alternativa sembra uscita da una canzone di Cesare Cremonini: un libro in borsa e un pacchetto di Winston blu sempre a portata di mano. E’ sensualissima quando sbaglia un nome, un accento o fa una gaffe. Esplode in una sonora e impacciata risata non appena se ne accorge. Lei è una contraddizione seducente, un ossimoro vivente, un enjambement, una frase che non termina col verso ma si protrae in quello successivo, lei non è scannerizzabile, definibile precisamente a parole. La puoi solo osservare camminare al ritmo dell’ Ipod alle sue orecchie. Sempre attraverso quel pianosequenza cinematografico. Magari su pellicola dai colori leggermente denaturati, in stile nouvelle vague francese, col taglio di luce giusto. Così è perfetta. Se la guardi negli occhi il verde è ancora intenso, invade l’inquadratura. Dentro puoi vederci quel concerto ecocompatibile dei Radiohead.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 15 Giugno 2009)

Ragazza carina

30 giugno 2009

Sì, ci piacciono le carine. Ci fanno impazzire. Quella indefinita e non tanto ampia categoria femminile ci piace davvero tanto. Stiamo parlando delle ragazze carine. Una categoria non facile da delimitare nei suoi confini. Incerti e sfuggenti. Definibili più facilmente in negativo. Sicuramente inquadrabile al di sotto della categoria delle Gisele Bundchen. E certamente al di sopra di quella delle bruttine del primo banco. Sì, noi amiamo le carine. Noi che preferivamo Natalie Imbruglia quand’era un po’ più ciccia. Noi a cui piace certamente più Cristiana Capotondi di una qualsiasi Victoria Silvstedt. Noi che quando guardavamo il cartone animato Ranma ½ avevamo una predilezione per l’amata Hakane. Noi che avremmo voluto tanto Cristina Parodi come madre di un nostro compagno di scuola. Sì, perchè la carina è diversa, ci intriga. E’ la girl next door che cerchiamo di incrociare la mattina al bar. Quella che se un giorno la vedi senza trucco non assomiglia assolutamente a Vanna Marchi. Quella che anche con ai piedi le ballerine fa la sua dignitosissima figura. La carina non si offende se le dici che è carina. Sa ridere di se stessa. Lo fa ribaltando indietro la testa senza curarsene. La carina di solito ha anche un certo carisma interiore, ha dovuto svilupparlo nel tempo, al contrario della bellona, che non l’ha dovuto perfezionare (questa in fondo non ne ha mai avuto bisogno). La carina sa stupirti. Come dice Lorenzo Jovanotti “è come la tua nonna in una foto da ragazza”. Semplice, fine, rara. Perchè essere carina non è solo una qualità estetica. E’ uno stato dell’animo, un modo di vivere, un modo di porsi nei confronti degli altri. In un mondo dominato dalla gnocca da prima pagina, dalla strappona impaillettata, dalla strafiga da calendario, la carina diventa una sublime via di fuga, un antidoto all’omologazione. E in una società in cui la troiaggine assurge a valore supremo, a dogma sacro cui la donna deve asservirsi acriticamente (il Grande Fratello di quest’anno è solo un piccolo ma illuminante esempio), la ragazza carina emerge come un panda in una foresta asiatica.
Insomma l’avete capito: a noi piacciono le carine.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 Aprile 2009)

Ragazza nata bella

29 giugno 2009

Le ragazze bellissime di solito lo sono già dalla nascita. Da bambine vezzeggiate e trattate da piccole regine. Abituate già in tenera età a stare al centro dell’attenzione. Domineranno imberbi ed emozionanti pigiama-party-teenageriali innaffiati di Coca cola. Ondeggeranno come sensuali lolite nelle precoci discoteche pomeridiane. Presiederanno il posto più ambito in fondo al pullman di ritorno di una gita scolastica che non si può dimenticare. Otterranno maggioranze bulgare di preferenze nelle classifiche estetiche stilate dai frementi compagni di classe. Faranno emozionare te, povero fesso, chiedendoti di aiutarle per il compito di matematica. Le ragazze bellissime ti fanno impazzire quando gesticolano al centro degli sguardi, muovendo la chioma (bionda, mora o castana, il risultato è lo stesso) come fosse un pendolo ipnotizzatore ed emanando profumi stordenti come pozioni magiche, velenose per la tua integrità mentale. Possono trasformare giornate grigie in meravigliose solo rivolgendo la parola o addirittura soltanto gettando un vacuo sguardo di complicità al giovane uomo. Le ragazze nate belle sono benedette e maledette al tempo stesso dagli dei. Benedette perchè ricevono gratuitamente il dono della bellezza, elemento di importanza capitale in ogni era ed epoca umana. Combinazione biologica embrionale, regalo divino o eredità di reincarnazione poco importa. La loro vita parte con un bonus inestimabile, valore aggiunto spendibile attraverso la semplice presenza fisica. Password esistenziale capace di schiudere cancelli che aprono a felicità e opportunità enormi. Esse saranno come soli cui orbiteranno intorno esistenze più o meno prive di luce propria. Ma probabilmente le ragazze nate belle sono anche maledette. Hanno avuto troppo e gratis per intercessione divina. E si sa, chi è unto dal talento tende a impigrirsi paurosamente. Spesso non saranno spinte a migliorarsi, a provare interesse per qualcosa, a impratichire doti diverse, a sviluppare altre capacità, anch’esse fondamentali per la vita. Ciò perchè avranno la possibilità di ottenere quello che vorranno più facilmente delle altre, come conseguenza del principio generale per cui una ragazza bella ma stupida rimane una ragazza bella. Principio inevitabile ancor di più oggi. La bellezza ottenuta per predestinazione può essere croce e delizia, arma a doppio taglio per la giovane donna. Te ne puoi accorgere già su un sedile in fondo a un pullman in gita scolastica.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 1 Giugno 2009)