In origine fu il beach volley. Sulla spiaggia di Santa Monica aitanti ragazzotti dei primi anni del ‘900 montano una rete e si mettono a palleggiare. I primi tornei si giocheranno poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale sempre sulle gloriose spiagge angelene: tanto sudore, sabbia in bocca e come premio una cassa di Pepsi. Ci gioca anche Kennedy, Marilyn ne tesse le lodi (del gioco, non di JFK). Chiamalo, se vuoi, sogno americano. La declinazione da spiaggia romagnola è meno mitica e colorata di spiccate movenze da “vitellone”. La coniugazione televisiva si risolve nella sola versione olimpica, nella specifica e inappuntabile accezione femminile – scultorei sederi di femmine tra Rio e South Beach che flirtano coi vent’anni se le danno di santa ragione, una sola rete nel mezzo a separare i furenti ardori agonistici. Del torneo maschile non sono pervenute notizie. O almeno noi non ce ne siamo accorti.
Le spiagge romagnole son belle e hanno un’espressione, nelle cabine colorate mescolate all’accecante luce di mezzogiorno, che è una mezza certezza. Da sempre punteggiate di infinite schiere di reti che dividono rettangoli di sabbia, conoscono da qualche tempo un’insoluta e insolita redistribuzione spaziale. Il nastro si abbassa, la linea arancione che delimita i margini estremi del campo – il confine tra la vittoria e la sconfitta – si allunga. Se prima si giocava in tanti, maschi e femmine in distribuzione omogenea e voluttuosa, con sfera da beach volley nelle mani, ora si battibecca in rigorose coppie unisex, racchettone nelle mani, “ferro e piuma” nelle braccia. Dicesi pomposamente beach tennis, qualcuno lo depotenzia definendolo “racchettoni”, nient’altro che lo sport (il gioco) più in voga nelle ultime estati di Romagna. Nasce a fine anni ’70 dalle parti delle coste ravennati (secondo le fonti origina da una costola dell’oltreumano gioco del tamburello, addirittura un affresco siciliano del III secolo dopo Cristo ne testimonia i primi vagiti), sbarca nella South Coast romagnola poco più di cinque anni fa, diventando un culto solo negli ultimi due anni. Cliccate su http://www.federtennis.it/beachtennis, la federazione fuoriesce appunto da una branca di quella storica del tennis, esistono già oltre 3500 tesserati in tutta Italia, nel comitato nazionale compare il nome dell’abbronzatissimo Massimo Caputi (quello delle telecronache calcistiche della compianta TMC, la parentesi a Quelli che il Calcio versione Ventura preferiamo dimenticarla), esistono svariati tornei che compongono un campionato italiano che prevede fitte tappe nell’estate dello Stivale. Il beach tennis è una variabile meno fighetta e più ruspante del suo cugino nobile, si gioca al volo, la pallina leggermente depressurizzata sorride a coloro che dispongono di una accentuata sensibilità nel braccio, eppure ad alto livello sono i muscolosi bomber a farla da padrone. Da buon sport balneare esalta il narcisismo del pavone da spiaggia che si fa bello con le giovani donne esibendo muscoli, potenza, rapidità e disincantato talento. Eppure rimane gioco che esalta l’agonismo e l’umiltà del dioscuro in sundek e bandana scarmigliata in testa – sacrificarsi per il compagno, tuffarsi sudati nella sabbia profonda per tenere in vita una pallina, nella consapevolezza che da soli non si vince. Anzi. Il bilanciamento e l’equilibrio con il partner diventano il punto di snodo per ghermire la vittoria. Gli scontri più intensi avvengono solitamente nei crepuscoli azzurri di metà giugno (non manca molto, oggi è il primo di marzo, giorno di svolta, valico attraverso cui abbandonare il gelo e raggiungere la primavera) nelle lande semi-silenziose dell’estremità sud di Riccione – il sole è una palla arancione che si nasconde dietro i profili degli alberghi, quattro giocatori – giovani eroi in formato braghe/racchettoni – palleggiano nell’ombra crescente, la quiete della luna balugina nel cielo che vira al blu, l’orizzonte è lì solo per loro. Riccione in fondo esiste solo a metà: un trancio è ripetitivo, sempre uguale a se stesso, rassicurante. L’altro è composto, plasmato da una volée, un tuffo, una pallina che si perde nel radunarsi della notte.
(Pubblicato sulla Voce di Romagna di oggi)