Foto Victor Caivano/AP

Vorrei avere la faccia di Diego Milito, i tratti da bandolero triste, da avventuriero stanco, l’occhio opalino che fa capolino sopra il naso sghembo, l’incedere rapido, l’eleganza claudicante ed apparentemente scoordinata che ti accoltella come una folgore nel buio. Con quella faccia un po’ così, quelle movenze un po’ così (Genova c’entra eccome in questa storia) il Principe “mata” l’Europa, assaggia ogni filo d’erba del tempio laico chiamato Santiago Bernabeu, in cui s’officia al rito pagano chiamato Champions League. La divinità che si fa uomo – non siamo blasfemi – l’apparente uomo comune che spacca il mondo a 31 anni suonati (benedetto l’anno 1979 ci regala Valentino Rossi e il Principe, “anziani” che giocano come bimbi infiniti), Diego uno di noi, quello normale che si fa il mazzo, che gioca in serie B (stagione 2004-2005, 26enne) e gira con un’utilitaria con il marchio dello sponsor attaccato. Il Gaucho è argentino nel midollo (ma possiede anche chiari ascendenti italiani) la sua storia sembra un romanzo di Cortazar tanto è contorta e letteraria. La trafila della carriera è pazzesca: Racing Avellaneda, Genoa, Real Saragozza, Genoa (in serie A, stavolta), Inter. In mezzo ci sono valigette piene di bei dollaroni (vedi presidente Preziosi, Genoa sbattuto in C1), incroci di sangue (il fratello Gabri va nel Barca dei sogni, lui no, ignorato, torna a Genova, con quella faccia un po’ così non poteva essere altrimenti), campionati folli, vagonate di gol tra Saragozza e l’Italia, sembra un pirata, Diego, uno che tracanna il destino, in campo si spende, si spande, morirebbe per il solo gusto del gol, dell’assalto all’arma bianca. L’epilogo del Bernabeu sembra un labirinto di Borges, a Madrid si intrecciano e si annodano tutti i fili di un anno di calcio e non solo. Il Real che a inizio anno allestisce l’operazione “Finca”, Final de Campeon (casalinga), spende fantastiliardi, compra Cristiano Ronaldo e Kakà e caccia Robben e Sneijder, olandesi volanti che invece squarciano la stagione e si incontrano nella finale madrilena (non a caso) – incoronati giocatori più talentuosi dell’anno. Il comandante Mourinho che saluta tutti a Milano col Triplete, giocando l’ultimo match nello stadio in cui allenerà l’anno prossimo (o meglio il tempio in cui predicherà il suo vangelo nell’entrante anno domini). E Diego che potrebbe seguire il guru sull’altopiano spagnolo, beffa delle beffe, da reietto nella periferia di Saragozza a eventuale “camiceta blanca” nel Real galattico. Diego Milito che incarna la triade rigorosamente argentina “cabeza, corazon y cojones” è un po’ come il conterraneo Ginobili (enorme campione NBA argentino) gode nella sofferenza, si esalta nel dolore – i crampi sono la via per l’ascesi mistica nel suo infinito 2009/2010. Cristiano Ronaldo in un eventuale film agiografico sarebbe interpretato dal “guevarista” Gael Garcia Bernal (come suggerisce il nuovo omerico spot Nike), Diego Milito non saprei da chi farlo interpretare, forse un Javier Bardem dimezzato e preso a cazzotti fino alla frattura del setto nasale. Sul campesino con la faccia da povero non scommetteresti un copeco, poi gli arriva una palla corta sulla tre quarti di campo, un luogo in cui di solito un attaccante temporeggia o si appoggia, e invece Diego no, lui va avanti, finta, flirta col pallone, finge di incespicare, manda a farfalle il cyborg Van Buyten, il Bernabeu si zittisce, l’occhio opalino del Principe taglia come un laser l’aria densa madrilena, poi col piede destro colpisce di interno piegando innaturalmente le ginocchia. Il gol è una slabbratura nello spazio-tempo, l’esultanza folle è un flash-sideways – in stile Lost – che seziona il prato di Madrid, il paradiso delle merengues trasmuta improvvisamente in qualcos’altro, eccolo, Milito che risale conradianamente il Rio de La Plata, il fiume denso dell’esistenza, un Corto Maltese col naso storto che gioca a dadi con la vita. L’uomo da Bernal, Argentina, che guidava un’utilitaria, vincerà il Pallone d’Oro – se Maradona ai Mondiali lo farà giocare. Quell’altra cosa, grumosa, infinita, la gloria, l’ha già ghermita con una staffilata. Un po’ principe e un po’ pirata.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 25 maggio 2010)

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