Dopo un viaggio a piedi di oltre mille miglia, una banda di avventurieri messicani si raduna vicino a un piccolo fiume per stabilirvi un insediamento: El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de Los Angeles de Porchiuncula. Poi si chiamerà solo El Pueblo. Il nome definitivo l’avete già capito: Los Angeles, la città degli angeli e delle stelle (costruita su un cimitero di elefanti). Da quel giorno del 1781 ad oggi il tempo è passato in un soffio, e dove c’erano i baffuti coloni messicani adesso c’è Kobe Bryant con i suoi Lakers che riazzanna il titolo NBA, intorno a lui il consueto cast di star in libera uscita, la collina hollywoodiana e una città sterminata (nel senso di infinita) che piega l’immaginario collettivo, insomma ci siete stati tutti anche se non ci avete mai messo piede.
Una striscia di terreno sottile, la Los Angeles County Strip, una terra amena e collinosa, con al centro una strada sterrata, l’embrione di Sunset Boulevard (più che una strada, quasi una condizione di vita) è l’inizio degli anni ’20, siamo in pieno proibizionismo, si crea un vuoto giurisdizionale su questo strano lembo terrestre, qualcuno comincia a costruirci edifici commerciali ed eleganti alberghi, contemporaneamente un signore chiamato Cecil B. De Mille decide che a Los Angeles c’è la luce giusta, il clima perfetto, quella è la città del cinema. Clima mite – sembra una stringa di Mediterraneo innestata su una faglia sismica in bocca all’Oceano Pacifico -, edilizia a buon mercato, le compagnie americane vi si trasferiscono in blocco dalla East Coast.
Nasce il mito. Ripercorso in Hollywood: istruzioni per l’uso, curato da Andrè Balasz, edito qualche anno fa per Bompiani, libro fotografico di lusso (tra gli altri, foto di: Helmut Newton, Julian Schnabel, Annie Leibovitz, Spike Jonze) con brani di autori importanti (qualche brandello di Faulkner, ad esempio). Concepito anche e forse come uno spottone per lo Chateau Marmont, lo stranoto albergo all’8221 di Sunset Boulevard (sì, quello dell’ultimo film di Sofia Coppola), una sorta di Overlook Hotel un po’ più luccicante (la parola non è casuale) piazzato però nel centro del mondo – qui ci muore John Belushi, ci alloggiano spesso Roman Polanski e Sharon Tate, James Dean e Dennis Hopper ne fanno di tutti i colori durante le riprese di Gioventù bruciata, insomma un luogo pieno di fantasmi, è la location del dimenticabile film a episodi Four Rooms (quello col frammento di Tarantino, 21 minuti, una suite imperiale, un dito mozzato, Tim Roth e Bruce Willis un po’ sopra le righe e ben 193 fuck) – ed è bellissimo, ti ruba l’anima. Nel libro c’è un brano in cui Jay McInerney (l’autore di Le mille luci di New York) racconta il suo smarrimento nei corridoi del meraviglioso hotel, lo stupore nell’osservare da una suite “i magnifici giardini pensili di Babilonia” (dalla mezzaluna fertile ad una stella fertile). “Un posto in cui ci si sente troppo vestiti in cravatta e nudi senza una sigaretta”. Bene, bello lo Chateau Marmont (ci stava anche Howard Hughes), ma è meglio respirare l’aria della Los Angeles dura e trafficata, volare tra Beverly Hills e Santa Monica fino a Manhattan Beach, e scoprire che qui si è ondeggiato per decenni tra Messico e Stati Uniti, fino al 1847, anno in cui viene firmato il trattato di capitolazione e sulle terre angelene baciate dal sole può finalmente sventolare la bandiera col “California Bear” impresso. La scoperta dei giacimenti d’oro nel nord californiano sposta parecchi equilibri anche qui, e la ferrovia non tarda ad arrivare. Nel 1883 il proibizionista Harvey Wilcox giunge dal Kansas
e acquista 120 acri di terra su cui costruire una nuova proprietà. La moglie Daeida decide di chiamarla Hollywood (copiando il nome dalla simpatica vicina), cioè “bosco d’agrifoglio”, solo che l’agrifoglio nella California meridionale non cresce. La signora desiste dalle manie di giardinaggio, il nome rimane e permane nei secoli dei secoli (quelli che verranno), su quel terreno, nei vostri sogni, ci avete passeggiato un bel po’. Gli elementi naturali scandiscono l’inerzia del tempo a Los Angeles: 250mila anni fa branchi di mammut preistorici ci pascolavano allegramente (i fossili li han trovati in mezzo alle colline in pieno boom edilizio) – esistono su questo pianeta luoghi predestinati ad accogliere la vita ed al contempo stravolgerla -, il petrolio viene trovato nel 1892, e allora viene trivellato ogni angolo della città. Il 1913 è l’anno dell’acqua, William Mulholland (una strada pazzesca prende il nome da lui, un film onirico ne consacra il cemento) progetta l’acquedotto del fiume Owens che devia il flusso proveniente dalla Sierra, rendendo disponibile la fornitura regolare del liquido che dà la vita. La definitiva ascesa al paradiso incomincia in quel momento, l’elusivo e proibito Eden in terra è quello (anche se gli indiani Cahuanhas l’avevano già capito da un pezzo, piazzarono i loro villaggi sulle colline “da cui si partono i monti e dove si è ben protetti dai venti del nord” dal diario di bordo dell’antico cronista Cabrillo), la Storia (del Cinema e non solo) può cambiare. Una collina con 9 lettere appoggiate sopra (prima erano 13) è lì a simboleggiare il mito. Hollywood. Di lì in avanti i segreti son pochi, leggete un libro di Ellroy, guardate un film di Lynch (Mulholland Drive, ve ne accennavamo sopra), sbirciate Il Grande Lebowski, o semplicemente aprite gli occhi. Un paio di chicche che trovate solo nel libro suddetto: i Premi Oscar visti da Harold Brodkey, giornalista e scrittore, definito dal sommo critico Harold Bloom “un Proust americano, un Wordsworth che chiacchiera con Geena Davis, un uomo per cui l’essenza della vitaè una questione di S&M, Seduzione e Minaccia. E poi un racconto brevissimo di William Faulkner, Terra Dorata, in cui il supremo scrittore (che scrive tante sceneggiature – pare 24 – per Hollywood, mai riconosciute) si confronta con l’immagine metafisica della città, una storiella familiare hollywoodiana in piena regola, segata in due dalla sua consueta visione, penetrante e squarciante).
“Un posto splendente con la coscienza sporca” disse Orson Welles, inferno e paradiso al tempo stesso, Los Angeles, città di angeli troppo spesso caduti, “città succosa/ tragica e pietosa./ Cuccetta, usa e getta, e genio/ Mischiati a sorpresa…/ sgargiante e tremenda/ assurda e stupenda”. Lo cantavano nel musical Star Night at the Cocoanut Grove, correva l’anno 1935. Provate ad andarci. La città è pronta a mangiarvi.

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