Marco Van Basten non allenerà il Milan (almeno per ora). La caviglia glielo impedisce (?), forse vuole evitare di ricevere un po’ di chiamate al cellulare da parte di un datore di lavoro un po’ingombrante. O forse semplicemente non se la sente. Marco è un mito (nel vero senso della parola). Io spero che il Milan non lo alleni mai. Per farlo dovrebbe scendere nel regno degli uomini mediocri (Leo lo ha fatto con uno stile e una classe infiniti, non gli è bastato). Una divinità come lui dovrebbe rimanere intoccabile, intangibile.
Ode a Van Basten.

L’inizio è un’epifania. Io il 25 giugno 1988 probabilmente ero al mare. Avevo quattro anni, non potevo capire. Me l’avrebbero raccontato dopo. Avrei compreso solo a posteriori. Avrei ricostruito con precisione qualche anno più tardi. Qualcosa che non svanirà mai. Quello era il giorno in cui la bellezza si manifestò. Il luogo è l’Olympiastadion di Monaco di Baviera. La partita è la finale degli Europei di calcio tra Olanda e Unione Sovietica. Tra le file degli arancioni c’è un ventitreenne che sul campo ha già fatto vedere tanto, tantissimo. E’ il cinquantatreesimo minuto e l’Olanda è già in vantaggio 1 a 0. Ecco, in quell’istante il tempo si ferma. C’è un gol che avete visto tutti un milione di volte. Cross (inutile) dalla tre quarti di Muhren. Il ventitreenne, così magro da sembrare uno stambecco, è in area che attende la palla. Inspiegabilmente non le va incontro, bensì incomincia ad allontanarsi, laggiù, verso la linea di fondo. Il resto è miracolo, manifestazione, sospensione momentanea dell’esistenza della forza di gravità. Non spiegabile a parole. Solo uno stambecco che colpisce di destro e una palla che si insacca nell’angolo opposto. Sembra un quadro. Rinat Dasaev non è il pittore. E’ il portiere che subisce quel gol. Rimarrà nella storia per essere stato presente, involontario protagonista, durante una rara manifestazione dell’esistenza dell’oltreumano. Uno di quelli che chiamano “uomini da poster” perché rimangono nella fotografia di fianco alla divinità. La divinità in questo caso è semplice da identificare. E’ lo stambecco. Che occasionalmente potrà poi trasformarsi in un cipresso(capirete poi). Quel giorno di giugno il ragazzo chiamato Marco Van Basten si consegna, attraverso l’essenzialità assoluta di un gesto, alla storia dello sport e non solo. Vi sarebbe rimasto comunque. Ma quella è la manifestazione di un momentaneo contatto con la divinità. Contatto cui Marco non rifuggiva.
Mai.
Questo pezzo parla di un personaggio e di un calciatore per cui mi pare riduttivo sprecare degli aggettivi. Li sprecherò, poiché su questa pagina possiedo solo essi e poco altro. Questo pezzo parla anche di un libro che non c’è. Che non è. Più. Si chiama Canto del Cigno (Limina, 123 pagine, 13,50 Euro). Lì, nel titolo, è l’unica volta in cui viene nominato il volatile. Lo ha scritto un giornalista che si chiama Andrea Scanzi, io (e non solo io) lo trovo geniale, Scanzi. Il libro, non riuscivo a trovarlo. Glielo ho chiesto direttamente a lui. Mi ha risposto così, testuale: “Non so come aiutarti Marco”. Io l’ho scovato in un recondito fondo di magazzino
grazie alla mia libraia, non so in che modo (grazie, Isabella). E’ bello non dovere andare a comprare i libri nei centri commerciali. Tutto questo mi ha reso questo libretto tremendamente prezioso. Il sottotitolo del libro è “Gol, gesti e bellezza in Marco Van Basten”. In soldoni, è un’analisi della figura di Marco attraverso gli episodi, ricercandone (non è difficile in questo caso) gli squarci di accecante bellezza prodotti. La tesi provocatoria di Scanzi: la forma predomina sul contenuto. Non è una bestemmia fragorosa. Una forma rarefatta, cristallina, eccedente la realtà stessa. Che bello raccontare lo sport attraverso la forza adamantina della letteratura, della pittura, della musica. Scanzi lo fa magistralmente (potete crederci, il libro non esiste più, non ve lo devo propinare in alcun modo, in giro non lo trovate, se me lo chiedete forse ve lo presto, forse, ho detto). Marco viene narrato cronologicamente dagli immensi inizi nell’Ajax, quando (non è un caso) esordì sostituendo proprio Johann Cruyff (stagione 1981/82, un passaggio di consegne non ostentato ma consapevole a priori) lungo tutta la carriera (col Milan e con l’Olanda) fino al precoce ritiro del 1995, in una biografia assolutamente anticonvenzionale. Ci viene raccontato Marco nei suoi gesti, nelle sue movenze, non nella pleonastica vita privata. Attraverso i dipinti di Van Gogh (“Van Gogh l’avrebbe dipinto come un cipresso. Bello come un obelisco egizio. Di una tonalità di nero tra le più difficili da riprodurre. Contro l’azzurro. Nell’azzurro”), attraverso la musica di Bruce Springsteen (“Se Gullit era Born to Run, corsa e movimento ininterrotto, Marco era Nebraska, il disco inspiegabile di Springsteen, di una bellezza acustica, in bianco e nero, spoglio, minimale. Non il sole, ma le nuvole a strapiombo”). Marco viene interpretato alla luce del modo di essere contraddittorio del suo paese, l’Olanda, sempre in bilico tra democrazia illuminata e colonialismo spietato, nella sintesi del blend, la mediazione tra istanze alte e basse. Van Basten non può non essere figlio di Rembrandt, innovatore e genio universale, non può non disegnare sul campo le Controcomposizioni di Mondrian e Von Doesburg, è l’unico calciatore olandese (insieme a Cruyff) ad essere veramente amato dal popolo. Perchè rappresentante del popolo olandese, “avanguardista, esule, iconoclasta. Evoluzione verso la forma pura, il colore puro. Scheggia di calcio totale. Forma di passato in un presente non suo”. Il libro poi prosegue aureo tra citazioni di Salinger, Marias, Pessoa, Galeano, Carmelo Bene.
Van Basten è stato uno dei calciatori più naturalmente letterari della storia. Non per i comportamenti fuori dal campo, non per la prosopopea, non per la recitazione (quella la lasciamo a Maradona). “Marco esteticamente non fu mai spiacevole, era sempre bello.” L’eleganza nell’incedere e nell’eccedere il reale senza travisarlo mai, senza stroppiarlo inutilmente, la bellezza del gesto mai ridondante, per nulla barocco (“gli slavi sono barocchi”, cit.), la capacità di non ostentare il movimento agendo attraverso la sottrazione, inconsapevolmente facendo propria la lezione dell’architetto razionalista (olandese come lui) Berlage. “Non elargiva il proprio talento. Lo mostrava a piccoli sorsi, con educazione”. Non era bulimico né egoista, bensì tendente al didascalico, alla sottrazione. Uno che produceva opere d’arte attraverso il movimento. Freddo ma mai catacombale, timido ma mai troppo algido, serioso ma per nulla schumacheriano, Marco vince tre palloni d’oro, un paio di Coppe dei Campioni col Milan, il resto del palmares andatevelo a vedere voi su Wikipedia, i numeri e le cifre mi piacciono poco. Marco è riuscito anche nell’impresa di non barattare il mito con la matematica, di non travisare l’epica con un deposito catastale. L’ultima partita della sua carriera la gioca il 26 maggio 1993 nella finale di Coppa dei Campioni contro il Marsiglia, a Monaco di Baviera (un cerchio che si chiude, ricordate l’Olympiastadion?). Le tenebre di quella caviglia maledetta ci privarono per sempre della sua bellezza (“la caviglia scricchiolava come la sedia di Arles di Van Gogh, come l’impercettibile fruscio di Nebraska”). Ce lo massacrarono sotto gli occhi (ce l’avevano massacrato per tutta la carriera). Marco muore sportivamente a 28 anni. Uno un po’ più bravo di me ha detto: “La vita svela i difetti, le mancanze, le malattie; la morte la indossano i santi, nell’assenza vince chi ha più fantasia”. Marco aveva più fantasia, una fantasia diversa, anche nella presenza. L’aver smesso così presto ne ha amplificato il mito (che di per sé non avrebbe alcun bisogno di essere amplificato, proprio perchè Marco era bravo a minimizzare, a “sottrarre”). Marco sul campo non è mai invecchiato, rimane eterno come una poesia di Rimbaud, un urlo di Kurt Cobain, un sorriso di Heath Ledger (tutta gente che si è fatta da parte, inevitabilmente, e ancor più definitivamente di lui, alla sua età).
Marco lo si ricorda sgranato, nei pantaloncini stretti, nelle rare interviste. Se giocasse oggi nell’eccesso dell’HD e nella abbondante dose di interviste probabilmente non sarebbe la stessa cosa, non ci potrebbe “privare del suo privato”, le sue opere d’arte sarebbero troppo nitide, sarebbero radiografie
inutili.
Philip Roth (che è citato nelle epigrafi del libro) nell’Animale morente dice: “Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza”. Davanti a Marco siamo ancora disarmati.

(Pubblicato sulla Voce di Romagna del 12 dicembre 2009)